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5 APRILE 2017 - Apparizione

Milioni di anni fa, Dio apparve sulla Terra nella parte del più benevolo dei governanti e del più intrepido degli eroi che il mondo abbia mai conosciuto

IL TRIONFO DI RAMACANDRA

di S.S. SATSVARUPA DASA GOSWAMI

Ramacandra

Milioni di anni fa, secondo le fonti vediche, il Signore Supremo apparve su questo pianeta nella parte del guerriero Ramacandra per realizzare il Proprio volere e per manifestare i Propri passatempi. I passatempi di Sri Rama sono descritti nel Ramayana, la famosa Scrittura Vedica di Sri Valmiki. Il Ramayana è stato scritto sotto forma di poema storico ed epico ma contiene le informazioni essenziali dei Veda originali. Il Ramayana e il Mahabharata (di cui la famosa Bhagavad-gita è un capitolo) sono particolarmente consigliati per l'epoca attuale molto più dei complessi Veda o delle tesi filosofiche del Vedanta-sutra che per la loro complessità si prestano maggiormente a interpretazioni errate in quest'epoca di decadimento e di ipocrisia. Il Ramayana racconta come Sri Ramacandra apparve sulla Terra in una forma umana dal colorito verdolino e il corpo lucente come fresca erba verde.

E' importante rilevare che si può comprendere meglio il contenuto del Ramayana se lo si accetta così com'è. Quando si narrano i passatempi di Dio, la Persona Suprema, non si tratta affatto di allegorie. L'allegoria è un testo che conduce a una verità superiore a quella descritta letteralmente. Ma la più elevata realizzazione della perfezione spirituale è che la Verità Assoluta è una persona. Ciò preclude ogni possibilità di andare al di là del Signore per arrivare ad una Verità più elevata.

Sebbene per gentilezza verso i Suoi devoti Sri Rama sia apparso nella forma umana, Egli è il Signore Supremo e la Sua nascita è trascendentale sotto tutti gli aspetti e priva di qualsiasi traccia materiale. La Sua storia, come vedremo, è perciò meravigliosa e piena di mirabili imprese. Ramacandra era figlio del rè Dasaratha ed era il beniamino di Suo padre e di Sua madre, la regina Kausalya, così come era l'eroe e il prediletto di Ayodhya, la capitale di ciò che in seguito fu l'unico regno presente nel mondo.

Quando cominciò a invecchiare il rè Dasaratha decise di lasciare il regno a Rama, suo figlio maggiore. Mentre una gioiosa Ayodhya si preparava ad incoronare il suo amato principe, una delle regine del rè Dasaratha, la regina Kaikeyi, congiurava per destituire Rama così che suo figlio Bharata potesse occupare il trono. Convinta da una cameriera disonesta che Rama avrebbe ucciso suo figlio se fosse diventato rè, la regina approfittò della promessa di due favori che suo marito le aveva concesso, grato per il servizio che essa gli aveva reso. Chiamò suo marito nelle sue stanze e gli chiese di mandare in esilio nella foresta Rama per quattordici anni e di incoronare Bharata rè di Ayodhya. Quando il rè udì queste richieste per lo shock perse i sensi.

Da vero ksatriya qual era, Dasaratha doveva mantenere la promessa anche se questa avrebbe significato un destino peggiore della morte. La veridicità era la sua religione e doveva quindi mantenere la promessa. Quando Sri Ramacandra ricevette la terribile notizia, rispose solo: "Va bene. Andrò via di qui e vivrò per quattordici anni nella foresta Dandaka con animo incrollabile." La moglie di Rama era la bella e casta Sita: Sri Ramacandra l'aveva ottenuta quando, nell'assemblea riunita per la scelta del marito di Sita, aveva rotto un arco che era così pesante che occorrevano trecento uomini per trasportarlo.

Rama soddisfece così il padre di Sita, Janaka, e sposò Sita che era dotata di qualità trascendentali. E' chiaro che, essendo Sri Ramacandra Visnu stesso, il Signore Supremo, Sita in realtà era Laksmi, la dea della fortuna. Essendo la figlia del rè santo Janaka, era abituata a un modo di vivere principesco. Ciò nonostante quando Rama le disse che doveva restare nella città sotto la protezione di Bharata durante il Suo esilio, Sita Gli rispose con aria offesa: "Se Ti recherai nella foresta, andrò davanti a Tè e Ti faciliterò il cammino schiacciando le spine con i piedi. Non Ti lascerò, ne potrai dissuadermi dal farlo. Non mi dispiacerà passare tanto tempo con Te.

Laksmana, l'amato fratello di Ramacandra, era presente quando Rama parlava con Sita. Si strinse ai piedi di loto di Ramacandra perché trovava insopportabile qualsiasi separazione da Rama. Rama cercò di dissuaderlo, ma nulla riuscì a convincere Laksmana: era determinato ad accompagnare Sita e Rama nella foresta per tutta la durata del loro lungo esilio. Vivere nella foresta era un insulto abominevole per un principe, ma Ramacandra cercò di confortare Sita facendole notare la bellezza del naturale...

Mentre Rama, Sita e Laksmana venivano esiliati nella foresta, entrò nella loro vita l'orribile Ravana. Ravana era un grande demone che possedeva quasi tutto e che con lunghe e tremende austerità aveva ottenuto grandi poteri con cui era riuscito a sconfiggere i deva Kuvera e Indra. Regnava sull'isola di Lanka e possedeva grandi ricchezze e opulenza. Con i suoi "Pirati della notte" vagava nelle foreste per uccidere e cibarsi degli eremiti impegnati in pratiche spirituali. Ravana aveva anche una lunga carriera di violentatore di fanciulle in qualunque luogo le trovasse e aveva un harem di centinaia di donne che si erano arrese al suo influsso materiale di ricchezza e potenza.

Si reputava invincibile e disprezzava Dio. Da perfetto materialista qual era, ne metteva in dubbio perfino l'esistenza. Metteva in discussione qualsiasi cosa positiva e non accettava i cauti avvertimenti sulle reazioni negative che derivano dagli atti peccaminosi. Sfidando Rama con il rapimento di sua moglie Sita comunque, Ravana stava scegliendo la morte e si lanciò a capofitto verso quello che era il suo inevitabile destino.

Per attuare il rapimento di Sita, Ravana si servì di Marica, suo capo militare. Ravana gli chiese di trasformarsi in un cervo dorato e di saltellare davanti a Sita: Quando Sita avrebbe chiesto di averlo. Rama e Laksmana lo avrebbero seguito e Sita sarebbe stata rapita. Quindi Marica, sotto le sembianze di un meraviglioso cervo dalle macchie d'argento e lucente come un gioiello, apparve davanti a Sita nella foresta e attrasse Sita in modo tale che ella chiese a Ramacandra di catturarglielo.

Ramacandra era ovviamente a conoscenza che poteva trattarsi della magia raksasa di Marica, ma decise comunque di prendere il cervo: se avesse scoperto che si trattava di Marica, lo avrebbe ucciso. Dopo aver fermamente ingiunto a Laksmana di restare con Sita, Ramacandra inseguì il cervo che si mostrò inafferrabile, quasi invisibile. Alla fine Rama decise di ucciderlo e scoccò una freccia mortale che penetrò nel cuore di Marica come un serpente fiammeggiante. Ma, all'ultimo momento. Marica gridò a gran voce: "Ahimè Sita, Ahimè Laksmana!" Mentre Sita attendeva nella capanna con Laksmana il ritorno di Ramacandra, udì le urla di Marica e credette fossero di Rama. Disse quindi a Laksmana di correre subito in aiuto di Rama. Benché Laksmana respingesse l'idea che Ramacandra potesse essere in pericolo, Sita insistette perché andasse e lo trovasse. Così Ravana riuscì nel suo intento: trovò Sita da sola e la portò via con la forza.

Ravana, dalle dieci teste e dalle venti braccia, salì su un carro trainato da asini e volò nel cielo tenendo stretta Sita. Questo gesto suggellava definitivamente la sorte avversa di Ravana. Non solo sarebbe morto per essersi impadronito della moglie di un altro ma non sarebbe stato neanche in grado di godere di lei nel frattempo, neanche per un momento. Incapace di soddisfare la propria lussuria con la forza, Ravana poteva solo minacciare Sita che se entro dodici mesi non si fosse piegata ai suoi voleri, l'avrebbe fatta tagliare a pezzi e avrebbe pranzato con i suoi resti. Ramacandra, privato di Sita, piombò nella disperazione più profonda, Laksmana tentò di consolarlo ma Egli non gli prestò attenzione. Alla fine i due fratelli trovarono dei segni lasciati da Sita, brandelli del suo abito persi nella lotta contro Ravana e ornamenti che le erano caduti quando era salita sul carro di Ravana.

Rama e Laksmana ricevettero anche delle informazioni da Jatayu, il vecchio rè degli uccelli, ora morente per aver cercato di fermare Ravana quando era volato via, Jatayu disse a Ramacandra e a Laksmana che Ravana aveva rapito Sita e di farsi aiutare da Sugriva, il rè delle scimmie, per riportarla indietro.

Sugriva in effetti li aiutò mobilitando le sue armate ed inviandole alla ricerca di Sita. Dopo mesi di vane ricerche, le armate iniziarono a perdere ogni speranza. Alcune ritornarono, altre si dispersero in terre straniere. Fu Hanuman, il consigliere capo del rè, che venne a sapere del regno di Lanka che si trovava a grande distanza, nell'Oceano Indiano. Hanuman chiese di volare alla ricerca di Sita. Essendo figlio del dio del vento, Vayu, Hanuman aveva la facoltà di volare e attraversò con un balzo l'Oceano Indiano in direzione di Lanka.

Ridottosi alle dimensioni di un gatto, Hanuman entrò poi tranquillamente nella capitale di Ravana, prestando particolare attenzione a tutto ciò che vedeva. Come servitore era perfettamente conscio che poteva essere catturato in qualsiasi momento e rovinare il progetto. "Se dovessi morire" pensava Hanuman "sorgerebbero grandi ostacoli alla realizzazione del progetto del mio maestro." Ancora oggi Hanuman è elogiato da tutti i santi e gli studiosi della scienza vedica come il servitore ideale per la sua dedizione incrollabile verso Sri Ramacandra. Hanuman cercò Sita dappertutto riuscendo infine a localizzarla nel cuore della densa foresta di Asoka. Le garantì di essere stato inviato da Ramacandra e le promise che ben presto Si sarebbero ricongiunti. Poi quando lasciò l'isola di Lanka uccise da solo migliaia di guerrieri raksasa e incendiò l'intera città.

L'armata composta da milioni di scimmie si mobilitò e si diresse verso l'oceano. Il Signore fece gettare nell'oceano dai Suoi fedeli servitori come Hanuman e Sugriva enormi massi che per la Sua potenza suprema galleggiarono sull'acqua fredda formando un ponte che raggiunse Lanka. L'armata poi marciò dentro Lanka proprio sotto il naso del Signore dei raksasa. Iniziò subito un combattimento corpo a corpo e grandi eroi da entrambe le parti combatterono fino alla morte giorno dopo giorno. Infine, uno dopo l'altro, i grandi condottieri raksasa caddero davanti al potere senza limiti di eroi come Hanuman, Laksmana, Sugriva e Ramacandra. Alla fine Sri Ramacandra uccise Ravana con un'arma brahmastra lanciata dal suo arco.

Valmiki narra l'origine di quest'arma che apparteneva a Brahmà e fu tramandata ai saggi. Il brahmastra era unto di grasso e sangue e fumava come il fuoco eterno. Era duro e aveva un suono profondo e quando fu scagliato da Ramacandra spaccò in due il cuore di Ravana, privandolo così della vita. Rama si ricongiunse quindi a Sita ed essendo terminati i quattordici anni di esilio ritornarono a Ayodhya su un aeroplano decorato di fiori.

Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada così spiega l'apparizione di Ramacandra: "Gli studi comparativi sulla vita di Krishna e Ramacandra sono estremamente complicati, ma il principio base è che Ramacandra apparve come il rè ideale mentre Krishna apparve come Dio, la Persona Suprema, sebbene in realtà non ci sia alcuna differenza tra i due. Un esempio similare è quello di Sri Caitanya che apparve come devoto e non come Dio, la Persona Suprema, sebbene fosse Krishna in persona. Dobbiamo quindi accettare l'aspetto del Signore e adorarLo com'è. Il nostro servizio deve essere in armonia con l'aspetto del Signore. Perciò negli sastra ci sono ingiunzioni specifiche. Per adorare per esempio Sri Caitanya bisogna cantare Hare Krishna."

Sri Valmiki afferma che colui che ascolta sempre questa narrazione epica viene assolto da tutti i suoi peccati. Colui che ascolta con il dovuto rispetto non incontrerà nella sua vita nessun ostacolo. Vivrà felicemente con i suoi vicini e i suoi cari e vedrà i suoi desideri realizzati da Ramacandra, Dio, la Persona Suprema.

Bhagavad-gita: Il verso del giorno

  • Bhagavad-gita cosi' com'e' - Il Verso di Oggi e': B.G. - 03.37

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