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La generosità del re Rantideva

Di Dvarakadhisa Devi Dasi

Il re Rantideva mostra il tipo di realizzazione richiesto per esprimere una vera compassione.

Cosa penserebbero i servizi sociali moderni di un uomo che distribuisce il cibo destinato ai suoi figli per nutrire degli estranei? Come giudicherebbero quest'uomo la cui famiglia "trema per mancanza di cibo" mentre lui persiste nei sui strani impulsi caritatevoli? La storia di quest'uomo, il re Rantideva, che visse migliaia di anni fa è narrata nel nono canto dello Srimad Bhagavatam.

Il re Rantideva non si sforzava per niente. Prendeva semplicemente ciò che gli giungeva attraverso la mano della provvidenza. Sembra una scusa per evitare il lavoro? L'apparente irresponsabilità del re Rantideva non nasceva da una mancanza di interesse per il benessere della famiglia. Poiché, avendo compreso che tutto proviene dall'imperscrutabile misericordia del Signore, non aveva necessità materiali. Se il Signore voleva mantenerlo, così sarebbe stato, altrimenti il re avrebbe accettato qualunque cosa il destino gli avesse portato. Il re Rantideva aveva inoltre compreso che, poiché il Signore è presente nel cuore di ogni essere vivente, tutti gli esseri meritano rispetto e compassione. Così quando vedeva qualcuno nel bisogno non aveva scrupoli persino a donare il cibo posto sulla sua stessa tavola.

Ospiti degni di onore

Una volta il re Rantideva si accingeva a mangiare dopo un digiuno di quarantotto giorni. Proprio nel momento in cui lui e la sua famiglia si sedevano davanti a un ricco pasto, un brahmana giunse alla sua residenza. Rantideva fu onorato di ricevere il suo ospite e diede al brahmana parte del loro pasto. Il brahmana mangiò e andò via.

Rantideva divise tra i membri della sua famiglia ciò che era rimasto e si accinse a consumare il suo pranzo ma proprio mentre era sul punto di cominciare un sudra (lavoratore) venne a visitarlo. Non è sorprendente nella società vedica che un brahmana venisse onorato con l'offerta di un pasto ma di solito a un sudra non spettava un ricevimento di grande prestigio. Eppure il re Rantideva non considerava lo sudra inferiore semplicemente per la sua posizione sociale e diede al suo ospite parte del suo cibo, esattamente come aveva fatto con il brahmana. Dopo che il sudra ebbe consumato il suo pasto e se ne fu andato un altro visitatore bussò alla porta del re: un uomo circondato da cani. L'uomo si avvicinò al re e disse: "O re, io e i miei cani siamo molto affamati, per favore dacci qualcosa da mangiare." Il re Rantideva, mosso a compassione, offrì all'uomo e ai suoi cani tutto ciò che era rimasto del suo pranzo. Dopo di che offrì loro i suoi omaggi.

Ora, tutto ciò che era rimasto del pranzo del re Rantideva era dell'acqua, ma proprio mentre si accingeva a bere, un candala (fuoricasta) apparve, stanco e assetato e chiese al re dell'acqua. Il re non esitò e non solo gli diede l'acqua che chiedeva ma disse: "Io non prego Dio, la Persona Suprema per ottenere le otto perfezioni dello yoga mistico e nemmeno per salvarmi dal ciclo di nascita e morte. L'unica cosa che desidero è vivere in mezzo agli essere viventi e soffrire al posto loro in modo che essi possano essere liberi dalla sofferenza."

Una compassione molto rara

Proiettando il re Rantideva nel contesto della società moderna, potremmo facilmente immaginare come la sua famiglia verrebbe senza dubbio etichettata come 'problematica' e lo stesso re sarebbe considerato 'dipendente'. Che piacere si può provare nel soffrire al posto degli altri? Dopo tutto Rantideva non creò sofferenza nelle loro vite. E egli era il re, quindi perché non godere del privilegio della sua posizione? Ma ovviamente egli era privo di legami personali.

Le attività del re Rantideva suonano particolarmente sorprendenti perché in questa età, sentire una tale genuina dichiarazione di compassione, è molto raro. Noi siamo abituati a dei politici che si circondano di dichiarazioni compassionevoli solo finché non vengono eletti di nuovo. Siamo solitamente sospettosi nei confronti delle organizzazioni caritatevoli poiché molte di esse si sono rivelate corrotte. Essere generosi come il re Rantideva significa diventare un facile bersaglio per ladri e imbroglioni. La carità è una cosa, ma se non ci si preoccupa delle nostre necessità primarie chi lo farà per noi?

Il re Rantideva sapeva che il Signore Supremo si sarebbe occupato di lui. "Offrendo la mia acqua per mantenere in vita questo povero candala, che sta lottando per la sopravvivenza, io mi sono liberato dalla fame, dalla sete, dalla stanchezza, dai tremiti del corpo, della tristezza, dall'angoscia, dal lamento e dall'illusione." Il re Rantideva, come si scoprì in seguito, era stato messo alla prova da deva come Brahma e Siva che erano giunti nella sua dimora nelle vesti di ospiti per interrompere il suo pranzo. Ma anche quando ciò fu rivelato al re Rantideva egli non approfittò della situazione chiedendo la soddisfazione di qualche desiderio da parte di deva così elevati. Egli non era particolarmente interessato a qualunque cosa essi potessero offrirgli.

Lo Srimad-Bhagavatam continua spiegando che chiunque segua i principi del re Rantideva diventa un puro devoto del Signore, liberandosi, come lui, dagli effetti delle numerose sofferenze materiali. Come un corridore si allena per la maratona noi possiamo educare noi stessi a questa immensa generosità di spirito praticando la compassione nella nostra vita di tutti i giorni. La vera compassione proviene dalla comprensione dell'intima connessione spirituale che tutti gli esseri viventi hanno con il Signore Supremo. Non importa quanto essi possano apparire degradati ai nostri occhi e alla nostra mente limitata. Quando si pratica la generosità con tale comprensione, i nostri atti diventano molto di più che un pio dovere, diventano la fonte del piacere più profondo.

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