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Come Pregare Srimati Radharani

Con una sua bellissima preghiera, Srila Rupa Gosvami, ci mostra come pregare Radha e cosa chiederLe

di Dvija-mani Dasa

ye me bhakta-janah partha
na ma bhaktas ca te janah
mad-bhaktanam ca ye bhaktas
te me bhaktatama matah

“O Arjuna, figlio di Pritha, coloro che affermano di essere Miei diretti devoti, in realtà non sono Miei devoti, ma coloro che sono devoti del Mio servitore sono i Miei veri devoti.” Adi Purana (citazione nella Caitanya Caritamrta, Madhya-lila 11.28)

La coscienza di Krishna è un metodo sociale. Secondo le relazioni materiali amare profondamente Krishna implica amare coloro che Egli ama, i Suoi devoti e, com’è chiarito dall’affermazione di Krishna sopracitata, per diventare Suoi devoti non dobbiamo rivolgerci direttamente a Lui, ma farlo attraverso questi devoti. Con questo sentimento Srila Bhaktivinoda Thakura, alla fine del diciannovesimo secolo, scrisse un canto che glorificava i Vaisnava, i devoti di Sri Visnu o di Krishna. Egli cantava, krishna se tomara, krishna dite para, tomara sakati ache: “Questo Krishna è vostro; voi potete dare Krishna. Questo potere è vostro.”

Tra tutti i devoti di Krishna, Radha è la più elevata. Essa non è una comune mortale come voi o me, ma è l’incarnazione della Sua potenza personale di piacere. Sebbene distinta da Krishna e in grado d’impegnarsi nel servizio devozionale d’amore a Lui, Radha è, infatti, identica a Lui. Egli è il Dio Supremo; Ella è la Dea Suprema. Krishna è il Signore di Vrindavana, il mondo spirituale e Radha ne è la regina. Perciò Radha è conosciuta come Srimati Radharani, “l’illustre Regina Radha”. Radha e Krishna insieme costituiscono la Verità Assoluta completa.

La devozione di Radha a Krishna raggiunge il culmine della perfezione. Come anime limitate noi non possiamo neppure aspirare ad amare e servire Krishna così perfettamente come lo fa Lei; la nostra perfezione consiste nell’assisterLa nel Suo servizio d’amore a Krishna. Il potere del suo amore è effettivamente così intenso che soggioga Krishna. Nello Srimad-Bhagavatam (10.32.22) si trova la risposta di Krishna al servizio d’amore di Radha e delle Sue compagne: na paraye ’hamsva-sadhu-krtyamvah. “Io non sono in grado di ripagarvi.”

Krishna è perciò pronto ad esaudire i Suoi desideri e come Srila Prabhupada scrive: “Non appena Ella presenta un devoto a Krishna, il Signore accetta immediatamente di ammetterlo fra i Suoi associati. (Srimad-Bhagavatam 2.3.23, Spiegazione) Pertanto non è sorprendente che Rupa Gosvami, un grande teologo e poeta Vaisnava del sedicesimo secolo, abbia composto un gran numero di poemi sotto la forma di preghiere per Radha.

Una Preghiera Speciale

I titoli della maggior parte delle poesie di Rupa Gosvami sono semplici e descrittivi, come Sri-radhastaka (letteralmente Un Poema di Otto Strofe sull’Illustre Radha). Un titolo, comunque, si distingue per la sua importanza: Prarthana-paddhati (La guida per una supplica). Nel comporre questa poesia egli non solo ha espresso i suoi sentimenti personali di devozione, ma ci ha dato un perfetto esempio di preghiera sotto forma di supplica spirituale che dovremmo seguire. Questa preghiera serve da esempio sotto molti punti di vista: per la sua struttura, la sua forma, il suo sentimento e per lo scopo per cui si prega.

Prarthana-paddhati è breve e dolce ed è composta di sole sette strofe. Sebbene “breve e dolce” costituisce un clichè; nel contesto delle preghiere di supplica ha una grande importanza perché, quando s’invocano carità o favori, la brevità s’identifica spesso con la rudezza. Nella poesia di Rupa Gosvami invece, la supplica non appare fino al quinto verso, un poco oltre la metà della poesia. Prima di questo, Rupa Gosvami loda Radha con espressioni poetiche, lusingandoLa, per così dire, prima di esprimere la sua richiesta. I devoti che invocano la misericordia del Signore e dei Suoi associati dovrebbero seguire l’esempio di Rupa Gosvami, iniziando le loro preghiere con parole di lode e di glorificazione.

Le prime quattro strofe di Prarthana-paddhati contengono solo undici descrizioni poetiche di Radha, ognuna delle quali sintatticamente è apposizione dell’oggetto diretto, che si trova nella quinta strofa. L’effetto di questa struttura, sebbene difficile da tradurre, lascia la persona che ascolta questa preghiera nell’incertezza su quale sia l’idea basilare che viene trasmessa; l’attenzione del lettore è diretta semplicemente alla contemplazione di queste meravigliose descrizioni di Radha. Per esempio nella prime due strofe si legge:

suddha-gangeya-gaurangim
kurangi-langimeksanam
jita-kotindu-bimbasyam
ambudambara-samvritam

navina-vallavi-vrinda-
dhammillottamsa-mallikam
divya-ratnady-alankara-
sevyamana-tanu-sriyam

“Le membra sono più dorate dell’oro puro, gli occhi belli come quelli di una cerbiatta e le labbra superano la bellezza di milioni di lune; indossa indumenti simili a nubi cariche di pioggia. Un gelsomino che orna la parte superiore di una crocchia di capelli intrecciati circondato dalle giovani pastorelle, la cui bellezza è accresciuta da gemme celestiali ed altri ornamenti".

Questi versi mostrano anche la forma ideale di una preghiera, cioè una forma ricca di abbellimenti poetici (alankaras). I critici letterari di sanscrito dividono questi alankaras in due gruppi principali: abbellimenti sonori (sabdalankaras) e abbellimenti di significato (arthalankaras). (Vedasi la Caitanya Caritamrta, Adi-lila 16.72-86) Sebbene il contenuto sia più importante della forma, il Signore e i Suoi devoti sanno riconoscere la devozione dietro al tentativo di offrire preghiere ricche di bellezza poetica. Questi accorgimenti poetici quando sono usati per descrivere soggetti materiali appaiono solamente come un linguaggio fiorito; ma quando la bellezza della poesia è usata per descrivere la bellezza trascendentale del Signore e dei Suoi devoti, il suo scopo è quello vero.

Qui vediamo in particolare lo sabdalankara dell’allitterazione (anuprasa) con la ripetizione di ng nella prima metà del primo verso, la ripetizione di mb nella seconda metà e la ripetizione di ll nella prima metà del secondo verso, insieme ad esempi meno evidenti contenuti nell’intero poema. Questi versi sono dunque ricchi di arthalankaras nella forma di vari tipi di metafore e simili strutture stilistiche che sono significative sia da un punto di vista poetico che teologico.

Per esempio il primo verso presenta Radha che ha le membra di un colore più dorato dell’oro puro. Questo tipo particolare di metafora, dove il soggetto del paragone, in questo caso le membra di Radha, non è un comparativo di uguaglianza, ma si dice che supera l’oggetto del paragone stesso, qui l’oro, in sanscrito è chiamata vyatireka, distinzione. Con un tipico esempio si potrebbe dire che il volto di una donna è più bello di un fiore di loto. Qui, comunque, sembra esserci un’incoerenza nel dire che le membra di Radha sono più dorate dell’oro stesso. Dopo tutto, la qualità di “essere dorato” non è una proprietà essenziale dell’oro? Per risolvere questo, dobbiamo ricordare che qui stiamo parlando della Dea Suprema in persona. L’effulgenza dorata di Radha è l’origine dell’“essere dorato”. L’elemento materiale che conosciamo come oro prende semplicemente in prestito il suo nome da Radha, per il fatto che manifesta una minuscola parte della Sua meravigliosa radiosità dorata. Anziché essere un’esagerazione impossibile, le parole di Rupa Gosvami esprimono una profonda verità spirituale.

Allo stesso modo, la descrizione di Radha che indossa “ornamenti simili a nubi cariche di pioggia” suggerisce qualcosa di più profondo di quanto appare superficialmente. Nel suo significato primario, questa è semplicemente una descrizione del colore grigio-azzurrognolo degli abiti di Radha. La parola però usata per una nuvola di pioggia, ambuda, letteralmente “che distribuisce acqua”, suggerisce qui un significato nascosto. Anziché originare acqua comune, la bellezza di Radharani determina il rasa, specificatamente prema-bhakti-rasa. La parola rasa letteralmente significa succo, ma in un contesto poetico indica un’emozione trascendentale e prema-bhakti-rasa significa l’emozione provata nell’offrire il servizio d’amore devozionale al Signore.

In questo mondo c’è una distinzione tra noi e i nostri corpi, cosa dire tra noi e i nostri abiti. Il sé è un’anima eterna spirituale, mentre il corpo è temporaneo e mortale. La bellezza fisica del corpo ha poco a che fare con la natura del nostro vero sé: spesso le persone con un cuore d’oro hanno i visi pieni d’acne e le più belle modelle possono essere egocentriche e crudeli. Questo però non è il caso di Krishna e dei Suoi eterni associati nel mondo spirituale. Il corpo di Krishna e dei Suoi devoti nel mondo spirituale non sono corpi materiali temporanei, ma corpi spirituali identici al loro vero sé. Pertanto, la bellezza di Radha non è un caso fortunato della natura, ma un’espressione diretta della purezza del Suo amore per Krsna. Questo si estende addirittura ai Suoi abiti. La bellezza del Suo abbigliamento rivela l’intensità del Suo amore e perciò evoca questo prema-bhakti-rasa.

Anche la descrizione di Radha come “un gelsomino che orna la parte superiore di una crocchia di capelli intrecciati circondato dalle giovani pastorelle”, che forse suona strano a chi non ha familiarità con la poesia sanscrita, ha vari livelli di significato. Molto più semplicemente, è equivalente alla metafora che descrive qualcuno come “il gioiello più importante” di una qualsiasi particolare categoria. Proprio come il gioiello più prezioso che un re possiede sarà posto sulla parte più alta della sua corona per cui fisicamente occupa la posizione più elevata tra tutti gli altri gioielli del re, così si può capire che una persona descritta come “il gioiello più importante” di un certo gruppo è considerata la più preziosa e la più elevata di quel gruppo. Qui, con questa metafora analoga, Radha è descritta come la più elevata di tutte le pastorelle di Vrindavana, l’ambiente rurale in cui Krishna, per il Suo dolce volere, sceglie di manifestare le Sue relazioni d’amore con i Suoi devoti. Ma invece di usare una metafora adatta al fasto reale, Radharani, la regina di Vrindavana, è paragonata ad un fiore di gelsomino che con la sua immagine mette in risalto la Sua dolcezza, la Sua bellezza e la Sua delicatezza femminile.

Una Preghiera a Colei Che è Lodata

Nella quinta strofa si risolve la tensione sintattica delle prime quattro; infine risulta chiaro che la preghiera si rivolge alla persona che è stata descritta e viene fatta la richiesta.

tvam asau yacate natva>
viluthan yamuna-tate
kakubhir vyakula-svanto
jano vrndavanesvari

“Inchinandosi, questa persona Ti supplica balbettando e piangendo pietosamente, o Regina di Vrindavana, rotolandosi sulla terra della riva del fiume Yamuna con il cuore afflitto".


Il verso seguente identifica la natura di questa richiesta e qui possiamo vedere il carattere esemplare di questa preghiera nel suo aspetto più importante. Quello che Rupa Gosvami chiede pregando non è altro che l’opportunità del servizio di devozione a Radha. La richiesta è fatta da un cuore puro che non ricerca alcuna gratificazione egoistica. Dovrebbe essere emulato anche lo stato d’animo con cui è espressa questa preghiera. Rupa Gosvami mostra una profonda umiltà, una mansuetudine che appare già nella strofa precedente in cui si riferisce a se stesso in terza persona. Qui egli ammette di non essere qualificato per la benedizione che richiede.

krtagaske ’py ayogye ’pi
jane ’smin kumatav api
dasya-dana-pradanasya
lavam apy upapadaya

“Sebbene questa persona possa essere un indegno offensore dalla mente contorta, per favore concedile un piccolo frammento del dono prezioso del Tuo servizio".


Queste umili parole hanno la struttura di un arthalankara chiamato visesokti, un’affermazione di differenza che fa riferimento ad un’espressione poetica in cui una persona vede una contrapposizione sbagliata tra causa ed effetto. Qui la conseguenza logica della sua umiltà e del suo riconoscersi come squalificato sarebbe quella di non fare una richiesta sfrontata. Ma egli la fa.

Un Modello di Preghiera per Noi

L’ultima strofa risolve questa apparente incongruenza. Egli mostra una decisiva qualità esemplare della sua preghiera: la perseveranza. In questa ultima strofa, Rupa Gosvami svolge un ragionamento per persuadere Srimati Radharani a concedergli la Sua misericordia, senza badare alla sua indegnità, ma la logica formale non si adatta alla poesia. Allora, Rupa Gosvami adopera un arthalankara detto kavyalinga, causa poetica. Nelle sue parole sono presenti tutti gli elementi di una formula causale, che nella sua poesia sono nascosti.

yuktas tvaya jano naiva
duhkhito ’yam upeksitum
krpa-dyoti-dravac-citta-
navanitasi yat sada

“Una persona così afflitta non merita di essere trascurata da Te, poiché la tua mente, come il burro fresco, si scioglie sempre al calore della Tua compassione.”


Commentando questa strofa, Srila Baladeva Vidyabhusana, il grande teologo e poeta Vaisnava del diciottesimo secolo, spiega il ragionamento logico qui implicito: “Poiché la compassione (kripa) è il desiderio di allontanare la sofferenza dagli altri e io sono pieno di sofferenza, non merito di essere abbandonato.”

Rupa Gosvami ha fornito un modello perfetto di preghiera. Se noi impariamo a pregare il Signore e i Suoi devoti seguendo la stessa struttura che inizia con parole di lode, se mostriamo lo stesso sentimento d’umiltà e la stessa perseveranza e se chiediamo la stessa benedizione, la più elevata di tutte, allora le nostre preghiere saranno certamente ascoltate e riceveranno una risposta. E anche se non ci avvicineremo in alcun modo alla raffinatezza poetica della preghiera di Rupa Gosvami, il Signore guarderà con favore anche il più umile tentativo di comporre le nostre preghiere con una bellezza che si addice al loro oggetto.

Rupa Gosvami però ha lasciato al mondo più di una semplice formula; ci ha lasciato anche raffinate poesie. Per quanto deboli possano essere i nostri tentativi di comporre queste preghiere, possiamo sempre meditare profondamente sulla bellezza delle descrizioni che Rupa Gosvami ha fatto della Suprema Dea, Radharani, e offrendoLe con tutto il cuore questa preghiera, possiamo essere sicuri che ci guarderà con compassione.

Dvija-mani Dasa, discepolo di Ravindra Svarupa Dasa, ha una borsa di studio Benjamin Franklin per il sanscrito all’Università della Pennsylvania. Vive con la sua famiglia nel tempio ISKCON di Filadelfia e coopera con il suo guru alla traduzione e al commento del Manah-siksa di Raghunatha Dasa Gosvami.

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