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Perché cantare Hare Krishna?

Mahamantra 

Una pratica per santi e peccatori

di Satsvarupa Dasa Gosvami

I devoti del movimento per la Coscienza di Krishna sono famosi per il loro continuo cantare: Hare Krishna Hare Krishna Krishna Krishna Hare Hare Hare Rama Hare Rama Rama Rama Hare Hare. Perché mai tutto questo impegno per cantare?

Cantiamo perché seguiamo le Scritture vediche che insegnano che cantare il Nome di Dio è il principio religioso fondamentale per questa era. Cantiamo anche perché, cinquecento anni fa, in Bengala, il nostro grande predecessore Sri Caitanya faceva kirtana che duravano delle ore, cantando e danzando con i Suoi associati. Solevano cantare Hare Krishna, danzare e saltare immersi in un'estasi profonda e suonare strumenti musicali.

Sri Caitanya aveva l'abitudine di terminare il kirtana solo quando i devoti erano esausti. E cantiamo perché Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, il nostro maestro spirituale venuto in Occidente per diffondere gli insegnamenti di Sri Caitanya e delle Scritture vediche, spingeva particolarmente il canto del mantra Hare Krishna.

Le Scritture vediche spiegano il potere del canto del nome di Dio nella storia di Ajamila, un grande peccatore che, al momento della morte, pronunciò il nome del Signore e si liberò da ogni contaminazione dovuta ai suoi peccati. "In effetti" dice lo Srimad Bhagavatam "egli espiò non solo i peccati compiuti in una vita, ma quelli di milioni di vite, perché in condizione di disperazione aveva cantato il nome di Narayana". I peccati del presente ci portano le sofferenze del futuro.

Ma la storia di Ajamila ci insegna che, per quanto una persona possa esser piena di peccati, cantare Hare Krishna la libera dalle pene dell'inferno che le sarebbero invece toccate secondo il suo cattivo karma. Questo è il motivo per cui le Scritture, Sri Caitanya, Srila Prabhupada e le altre grandi autorità spirituali sebbene ci incoraggino a condurre una vita pura e a cantare Hare Krishna, ci spronano a cantare anche nel caso in cui fossimo incapaci di smettere di peccare.

Una vita peccaminosa consiste essenzialmente nell'alimentazione a base di carne, nei rapporti sessuali illeciti, nell'uso di sostanze intossicanti e nel gioco d'azzardo (abitudini diffuse quasi ovunque in quest'era tanto degradata. Se qualcuno vuole andare un po' al di là di queste cose e provare un gusto superiore evitando le fastidiose batoste dovute al suo karma, deve cantare Hare Krishna. Nel giugno del 1967 Srila Prabhupada scrisse:

"... Noi abbiamo alcune restrizioni... in realtà non sono restrizioni ma è qualcosa di migliore al posto di cose inferiori... Se conducete una vita pacifica, regolata, non mangiando altro che krishna-prasadam (cibo offerto a Krishna), i tessuti del vostro cervello si svilupperanno per una coscienza e una comprensione spirituali. Perciò, se non ce la fate a seguire queste semplici restrizioni, vi chiedo comunque di unirvi a noi per cantare. Tutti possono farlo, e questo gradualmente chiarirà tutto. Ogni problema si risolverà, e aprirete un nuovo capitolo nella vostra vita."

Ma qualcuno potrebbe abusare del canto: potrebbe pensare che i suoi peccati gli causeranno delle sofferenze, ma che cantando se ne libererà; così vorrà utilizzare il potere del Santo Nome di Dio per continuare le proprie attività peccaminose senza soffrire. Questo comportamento è offensivo. Se si canta con questa mentalità il mantra Hare Krishna diventa inefficace, come il fuoco immerso nell'acqua.

Cantare è molto dolce. Non c'è nulla di più dolce nella vita che cantare il Santo Nome che conduce l'anima all'estasi che deriva dalla relazione con Krishna. L'estasi che Sri Caitanya aveva durante i kirtana dimostrano la sublime dolcezza del nome di Krishna. Lo Srimad-Bhagavatam afferma che se uno non prova alcuna estasi cantando, significa che il suo cuore dev'essere d'acciaio. Il piacere che si prova cantando non è come il piacere materiale che dura un attimo e poi scompare; è un piacere spirituale. Più si canta, più il gusto sublime aumenta. Ed è questo gusto dolcissimo che ci rende capaci di abbandonare il gusto più basso della gratificazione materiale dei sensi.

Ciò nondimeno, all'inizio del canto, ai primi livelli, può capitare di non sentire questa dolcezza, e sembra che uno abbia l'itterizia che fa sentire amaro anche lo zucchero. Secondo la medicina Ayurvedica, il rimedio migliore per i malati di itterizia sono i cristalli che si formano dallo zucchero di canna fresco. E anche se i cristalli sembreranno amari per il malato, mangiandoli giornalmente egli guarirà, e, piano piano, comincerà a sentirli dolci. E per quanto si possano trovare sgradevoli le restrizioni (no al sesso illecito, no al mangiare carne, no al gioco d'azzardo, no alle droghe), e per quanto si possa sentire poco piacere cantando, il canto del mantra Hare Krishna ci libererà gradualmente della malattia dell'eccessiva gratificazione dei sensi.

La cura sarà evidente quando si sentirà il canto dolce e gustoso. Se non si assapora subito la dolcezza, non bisogna abbandonare la cura (il canto). Bisogna continuare a cantare e presto il gusto verrà, la coscienza spirituale originale rivivrà. La felicità che abbiamo sempre cercato (nei viaggi, negli studi, nel nazionalismo, nella religione, nel sesso) deve in realtà essere trovata nel canto del Santo Nome. Consapevole delle difficoltà che avremmo avuto nel tentativo di cantare il santo Nome in questa era materialista, Sri Caitanya espresse la nostra posizione nelle Sue preghiere:

O Mio Signore, sei gentilmente apparso completamente nel Tuo Santo Nome, ma Io sono così sfortunato che non ho alcuna attrazione per cantarLo.

E' naturale che accada che si desideri cantare e malgrado questo ci si trovi sopraffatti dall'ambiente materialista e dai desideri personali. Narottama dasa Thakura, un grande devoto seguace di Sri Caitanya, descrisse questa situazione:

Cosa c'è di buono nella mia vita? So che questo canto è tutto, eppure non mi piace cantare Hare Krishna. Dovrei essere maledetto. Qual è l'utilità della vita?

Narottama dasa Thakura presenta se stesso come uno che non desidera la vita materialista ma che al contempo non riesce ad assaporare il nettare dei Santi Nomi. Questa disperazione, comunque, non è duratura, produce piuttosto uno stato di disperazione tale che condurrà a un canto senza offese. Proprio come Ajamila cantò al momento della morte nella più completa disperazione e fu salvato, quando ci si sente sommersi dai desideri materiali si può cantare con disperazione.

Anche la persona peggiore, cantando non per continuare a peccare, ma per liberarsi dal peccato, può cantare disperatamente ed essere salvata. Si può capire, all'interno del proprio cuore che questo canto è tutto, che è la cosa più deliziosa, e che se anche non si è in grado di apprezzarlo adeguatamente adesso, a causa della mentalità materialista, è l'unica speranza di salvezza. Questo è il giusto atteggiamento di disperazione per cantare senza offese. Sri Caitanya dice:

Tutte le glorie al canto del Santo Nome che purifica il cuore da tutte le contaminazioni accumulate in tante, tante vite". Il canto del Santo Nome del Signore è "il beneficio più grande per tutta l'umanità perché diffonde i raggi della luna benevola.

La luna inizia con una piccola parte e si sviluppa fino a diventare piena. Così se si comincia a cantare Hare Krishna con fede, senza offese, si può velocemente realizzare la luna piena dell'amore estatico per Dio. Come dice Sri Caitanya:

Il canto del Nome di Dio aumenta l'oceano della felicità spirituale e ci fa assaporare il nettare che abbiamo sempre desiderato.

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