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La ricerca del sé autentico

di Satsvarupa Dasa Gosvami

Nel libro "Più potente della spada" di Kathleen Adams, c'è un capitolo intitolato Autenticità. Lei scrive: "La differenza tra immagine/esistenza, tra esterno/interno, tra sé colto/sé autentico: il mantenimento della bugia si ripercuote sui giornali degli uomini come una specie di eco che rimbalza tra le pareti di un canyon. La ricerca dell'autenticità è l'ansiosa ricerca dei nostri giorni. E' il battito del cuore degli scritti di molti uomini". La ricerca dell'autenticità non è solo il battito del cuore dei giornali, ma di molte vite umane. Ciò significa farsi quella vecchia domanda: "Chi sono io?" Questa domanda è profonda: non possiamo mentire mentre rispondiamo. Autenticità significa che la risposta deve essere reale, ma il termine "reale" ha differenti livelli.

Dalla letteratura vedica apprendiamo che reale significa una eterna parte separata di Krishna; servitore per costituzione. A un altro livello appare reale sedere in questa stanza, in pace per un attimo, e vedere uno stormo di cigni che approdano su un lago calmo. Oppure un altro livello del reale è il sé colto, ampiamente modellato dalla società in cui viviamo. Poi c'è la voce interna che si ribella contro quel sé e vive in un mondo privato, di ispirazione spirituale e aspirazione materiale. Perciò qual è il sé autentico? Oppure questi sé sono tutti autentici? Talvolta si deve cominciare dall'aspetto negativo della domanda: "Chi non sono io?" Spogliandoci di ogni identità, una dopo l'altra—stato coniugale, occupazione, responsabilità, desideri—possiamo imparare a ridefinire noi stessi sulla base di ciò che troviamo importante. Srila Prabhupada parla dell'autenticità in termini di interesse personale. Afferma che l'interesse personale va bene, ma aggiunge che la maggioranza di noi ignora qual è il nostro vero interesse, né sa come perseguirlo.

Noi perseguiamo un interesse limitato, a partire dalla gratificazione fisica, ed estendendola poi a quella della comunità e della nazione. Poiché non riconosciamo l'autenticità della nostra natura costituzionale di servitori di Krishna, non ricordiamo che la meta della vita consiste nel soddisfarLo. Ciò ci guida al nostro supremo livello di comprensione del nostro sé autentico: siamo servitori di Krishna per l'eternità. Se quella verità rimane soltanto teorica, non possiamo essere sinceri nel nostro sforzo di soddisfare il nostro sé autentico al massimo grado. Il solo modo di soddisfare quel sé è di agire per amore di Krishna. Per questa ragione stiamo ancora cercando l'autenticità. Non abbiamo ancora trovato la verità. Alle persone che si trovano nella nostra condizione, il guru raccomanda il servizio devozionale regolato (vaidhibhakti). Quando staremo vivendo la nostra autenticità ameremo Krishna spontaneamente. Nel frattempo abbiamo una lista di doveri e di proibizioni da mettere in pratica, e spesso dobbiamo accettare la disciplina che esse impongono, nostro malgrado.

Srila Prabhupada spiega che quanto più pratichiamo la devozione, anche se non sempre la sentiamo spumeggiare dentro di noi, tanto più scopriremo la nostra autentica e originale natura. Quando scopriremo la nostra intelligenza pura, egli dice, non conosceremo altro che la nostra resa a Krishna. Ma ciò è difficile come stare sul filo del rasoio: non possiamo perdere noi stessi nel seguire le regole. Come Srila Rupa Gosvami spiega nella Upadesamrta, seguire troppo rigidamente le norme e le regole, senza comprendere la meta suprema, può essere dannoso alla nostra ricerca di autenticità, come non seguirle affatto. La meta della vita consiste nell'amare Krishna col nostro sé puro. Ma se non sappiamo neppure che cosa è quel puro sé dobbiamo amare Krishna così come siamo ora. Dobbiamo fare spazio a tutte quelle altre voci che sono all'interno di noi—la voce fisica, la voce mentale, la voce emozionale— e impregnarle di tutta la verità della nostra aspirazione spirituale.

Allora possiamo rivolgerci a qualcosa che amiamo fare, qualcosa che abbia un significato per noi e offrirlo a Krishna. Inoltre non dobbiamo considerare ciò che è autentico, ma quanto noi vogliamo essere autentici. E' questo modo di essere che costituisce la nostra resa del sé a Krishna. Se cerchiamo il sé autentico, non possiamo rimanere semplici imitatori della vita spirituale. Immagina di vivere un'intera vita con le benedizioni che abbiamo ricevuto e scegliere di rimanere inautentici. Un devoto vuole essere in tono col suono della verità interiore. Egli vuole andare dietro l'immagine, anche quella che ha di se stesso, per trovare la sua onesta e amorevole offerta da porre ai piedi di loto di Krishna. Alla fine, con la pratica continua della devozione, il sé esteriore si armonizzerà col sé interiore e diventeranno interi.


Bhagavad-gita: Il verso del giorno

  • Bhagavad-gita cosi' com'e' - Il Verso di Oggi e': B.G. - 09.11

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