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II° CAPITOLO

Il contenuto della Bhagavad-Gita

Questo è il secondo giorno che leggiamo la Bhagavad-Gita. La seconda conferenza che verterà sul secondo capitolo. Nel primo incontro, abbiamo trattato dell'introduzione della Bhagavad-Gita, abbiamo trattato del luogo dove si svolge la Bhagavad-Gita o del contesto nel quale la Bhagavad-Gita viene narrata dal Signore, o parlata dal Signore, e abbiamo parlato del primo capitolo in se. Avevamo lasciato Arjuna in uno stato confusionale. Arjuna era confuso a riguardo di ciò che avrebbe dovuto fare o non fare. Ricordiamo brevemente che la Bhagavad-Gita, che significa "Il canto del Signore", si svolge sul campo di battaglia di Kuruksetra. Krishna è Dio, la Persona Suprema. Arjuna è il Suo devoto. Arjuna si trova di fronte dei contendenti che sono suoi familiari, suoi parenti, persone care. Al momento di iniziare la battaglia è scosso da un profondo turbamento e non se la sente di uccidere queste persone. La posta in palio è il regno che questi suoi parenti avevano usurpato e che spettava di diritto ad Arjuna e ai suoi fratelli. Arjuna è in uno stato confusionale perché non vede la necessità di ingaggiare una guerra fratricida solo per avere il trono, per vedere che il trono torni alla sua famiglia. Dà una serie di ragioni, Arjuna, tra le quali quella delle donne che si degraderanno se i mariti verranno uccisi, degradandosi, daranno nascita a prole indesiderata, dà una serie di ragioni morali, Arjuna. A questo punto, Arjuna è sgomento e non vuole più combattere, questa è la fine del primo capitolo della Bhagavad-Gita. Il secondo capitolo s'intitola:

"Il contenuto della Bhagavad-Gita"

Questo capitolo in sintesi, facciamo un viaggio introduttivo a questo capitolo. Questo capitolo narra ancora, nei primi versi, della confusione di Arjuna, del lamento di Arjuna, della sentenza che Krishna dà di questo lamento, di questa confusione, gli dice che, è poco serio da parte sua, lamentarsi per dei corpi transitori, mutevoli e gli spiega, spiega ad Arjuna che c'è una differenza tra corpo e anima. Quando Krishna sentenzia la immaturità di Arjuna, Arjuna immediatamente si arrende al Signore, dice: "si, ho capito, io sono confuso, non riesco a trovare la via d'uscita, per favore aiutami!". In quel momento Krishna comincia a spiegare la differenza tra corpo ed anima, cioè che l'anima è differente dal corpo in cui vive, e dai sensi, che poi alla fine sono il corpo. Corpo significa sensi. Dopo che Krishna ha spiegato questo, continua a spiegare ad Arjuna che lui è uno ksatriya, un difensore delle leggi e dei principi morali e della vita spirituale della società e perciò come tale, deve combattere. Dopo aver spiegato questo ad Arjuna, sto dando un breve riassunto del secondo capitolo, dopo aver spiegato questo ad Arjuna, Krishna comincia a spiegare la differenza che esiste tra l'agire per egoismo, per ottenere dei frutti personali e invece cosa significa agire per soddisfare Dio, cioè agire consapevoli della propria identità spirituale; cioè qual è la differenza tra un'azione che viene chiamata karmica, tesa a ottenere un frutto che uno gode per sé, personalmente e invece, l'azione che non è considerata karmica ma è servizio devozionale. L'azione che tende alla soddisfazione di Dio e alla purificazione dell'anima, la chiama Buddhi-yoga, il Signore, cioè agire con una intelligenza fissa o stabilita nella propria identità originale.


Dopo di questo Arjuna chiede: "Allora come posso distinguere una persona che agisce per il proprio egoismo, per la propria soddisfazione personale e una persona che invece agisce già situata nella propria identità spirituale?". Krishna spiega, gli dice, gli narra quali sono i sintomi di una persona che si è posizionata nella propria identità spirituale, cioè che ha capito di non essere questo corpo e di essere eternamente legata a Lui, eternamente legata a Dio, quali sono, come parla, cosa fa, come agisce, Krishna glielo spiega. Poi gli spiega anche che, poiché queste persone hanno trovato un gusto superiore, cioè il gusto dell'agire per Krishna in servizio devozionale è un gusto superiore all'agire egoisticamente. Poiché queste persone provano questo gusto superiore, non si staccano mai dal servizio devozionale, cioè non rischiano di cadere nella coscienza materiale. Questo è il secondo capitolo della Bhagavad-Gita a grandi linee. I due temi trattati in questo capitolo sono: La distinzione tra l'anima e il corpo, che viene definita "Sankhya", l'anima e il corpo; e l'azione svolta senza attaccamento ai risultati, ma con il desiderio di soddisfare il Signore, Dio con un'intelligenza pura, con un intelligenza devozionale. Questi sono i due temi principali in questo capitolo. Adesso leggeremo i versi di questo capitolo della Bhagavad-Gita e ci soffermeremo sui versi più importanti, tutti i versi sono importanti nella Bhagavad-Gita ma alcuni contengono in modo sintetico verità essenziali.

 

VERSO 1

Sanjaya disse: Vedendo Arjuna pieno di lacrime e molto triste, con le lacrime agli occhi Madhusudana, Krishna, si rivolge a lui.

VERSO 2

La Persona Suprema, Bhagavan, disse: Mio caro Arjuna, come hai potuto lasciarti prendere da una tale debolezza? Non è affatto degna di un uomo che conosce i veri valori della vita. In questo modo non si raggiungono i pianeti superiori, ma si guadagna l'infamia.

Qui il Signore dice: "anarya-justam asvargyam akirti-karam arjuna", dice: "Non sei un Arya, non sei un ariano quando parli così Arjuna, ti lamenti per il corpo! Significa che non ti ricordi che sei un'anima, che l'anima ha una destinazione, non deve rimanere in questo mondo, ma ha una destinazione, la destinazione è la Verità Assoluta". Un arya, un ariano, conosce la verità Assoluta. Verità Assoluta significa: la Persona Suprema, Bhagavan, la Sua espansione plenaria che vive nel cuore di ogni essere, che si chiama Paramatma e il Suo aspetto impersonale che si chiama Brahman. Questa è la verità assoluta. Una persona civilizzata, un arya o ariano, conosce la Verità Assoluta in questi tre aspetti: Bhagavan è la Persona Suprema, il carattere, la personalità di Dio; Paramatma è il Signore che Si espande e che entra nel cuore di ogni essere, in quello di una formica, come in quello di un umano e guida le attività dell'essere, il suo vagabondare, le sue peregrinazioni nelle diverse specie di vita. Paramatma, il compagno che vive ne cuore.Nelle Scritture Vediche è paragonato a un uccello che vive su un ramo di un albero con un altro uccello. Un uccello è l'atma e l'altro è il Paramatma, l'Anima Suprema. Un uccello siamo noi, cioè l'anima individuale, noi mangiamo i frutti dell'albero che sono le gioie e i dolori, ma l'altro uccello, non mangia questi frutti, sta a guardare e aspetta che noi volgiamo la nostra attenzione verso di Lui, questo è il Paramatma, Dio nel cuore di tutti.

Brahman significa l'aspetto impersonale di Dio, cioè la Sua manifestazione energetica diffusa ovunque. Questi tre aspetti della verità Assoluta sono paragonati al sole. Il sole ha anch'esso tre aspetti, un aspetto è quello della luce solare, paragonato all'aspetto del Brahman, diffusione impersonale. Quando noi siamo in una stanza diciamo: "E' entrato il sole", ma non è entrato il sole, il globo solare! E' entrata la luce del sole! Quello è l'aspetto impersonale che inonda e pervade tutto. Poi c'è l'aspetto del disco solare. Se uno esce dalla stanza vede il disco solare e se ci sono dei contenitori o degli specchi, il disco si riflette ovunque, quello è l'aspetto Paramatma del Signore. E se uno riuscisse ad entrare nel pianeta del sole e potesse conoscere il principio che genera l'energia, la forza solare, allora avrebbe conoscenza completa del sole; la sua luce irradiante, il suo disco e il principio che genera energia. Il principio che genera energia è Bhagavan, la Persona Suprema, la qualità inerente, le qualità originali dell'astro, le qualità originali di Dio che sono sei. Per cui Krishna dice ad Arjuna: "Tu non conosci la Verità Assoluta, non capisci che sei un'anima spirituale e che appartieni a questa Verità Assoluta per cui ti stai lamentando per dei corpi transitori".

 

VERSO 3

O figlio di Prtha, non cedere a una debolezza così umiliante. Non ti si addice. Lascia questa meschina debolezza di cuore e alzati, o vincitore dei nemici.

VERSO 4

Arjuna disse: O uccisore di Madhu, come potrei nel corso della battaglia respingere con le mie frecce uomini come Bhisma e Drona, degni della mia venerazione?

Arjuna è preoccupato di uccidere questi suoi familiari.

VERSO 5

Meglio vivere mendicando che vivere al prezzo della vita di grandi anime che sono i miei maestri. Anche se sono avidi, sono ancora i nostri superiori. Se li uccidiamo, la nostra vittoria sarà macchiata di sangue.

Arjuna si sta lamentando perché dice, anche se vincessi il regno, poi con chi godo questo regno, con tutti i familiari morti, si sta chiedendo.

VERSO 6

Non so se è più giusto vincerli o esserne vinti. Ecco i figli di Dhrtarastra, schierati davanti a noi su questo campo di battaglia: la loro morte ci toglierebbe la gioia di vivere.

Arjuna è confuso, perplesso e indebolito, ma è intelligente, capisce che questa sua debolezza non è giusta, non è appropriata. La chiama infatti debolezza meschina. Da un canto è una persona molto avanzata, da un punto di vista umano, perché è distaccato, non è una persona avida che combatte contenta di combattere per guadagnarsi un regno, non è una persona così, Arjuna, ne è una persona che dimentica le proprie relazioni familiari, ecc. Non è una persona insensibile da quel punto di vista, è una persona molto sensibile, Arjuna, compassionevole, distaccata. Però capisce che questo distacco, questa compassione, questa sensibilità, non lo aiutano a fare del bene alle persone che gli sono davanti e non lo aiutano a fare del bene a se stesso. 


Da un punto di vista materiale, Arjuna è una persona molto qualificata, una persona compassionevole e sensibile; ma da un punto di vista spirituale queste qualità materiali diventano un ostacolo al vero, eterno bene dell'anima. Arjuna, lo capisce ed è per questo che la chiama, debolezza meschina, perché intuisce che la vera felicità e il vero benessere dell'anima sono in conflitto con queste qualità e considerazioni materiali che sta facendo; per questo chiede a Krishna: "sono confuso, sto anteponendo queste mie considerazioni materiali, queste qualità materiali come la compassione, la sensibilità, ecc., alla conoscenza dell'anima, al mio dovere, al mio impegno devozionale, perciò istruiscimi" Fammi uscire dalla confusione!". Se uno non si avvicina a un maestro spirituale, non chiede di essere istruito, questo, questo è il principio della Bhagavad-Gita, per questo ascoltiamo la Bhagavad-Gita. E' il colloquio tra il maestro Krishna e Arjuna che è il discepolo, se uno non si sottomette a questo principio di accettare istruzioni da un maestro spirituale, non può fare avanzamento spirituale, non può uscire dalla confusione.
Questo è l'insegnamento della Bhagavad-Gita e Arjuna l'ha capito.

 VERSO 7

karpanya-dosopahata-svabhavah
prcchami tvam dharma-sammudha-cetah
yac chreyah syan niscitam bruhi tan me
sisyas te 'ham sadhi mam prapannam

"sisyas te 'ham sadhi mam prapannam", significa: sono un'anima sottomessa a Te, per favore istruiscimi. Arjuna continua:

 

VERSO 8

Non vedo ciò che potrebbe allontanare il dolore che mi opprime. Non potrò eliminarlo neanche se come un dio del cielo regnassi quaggiù su un regno senza uguali.

Arjuna capisce che non ci sono soluzioni materiali al suo problema, non ci sono soluzioni materiali.

VERSO 9

Sanjaya disse:
Avendo così parlato, Arjuna, vincitore dei nemici, dice a Krishna, Govinda: "Non combatterò"; poi tace.

Sanjaya è colui che sta raccontando, lo diciamo per inciso, la Bhagavad-Gita a Dhritarastra che è il padre dei Kurus nemici dei Pandava; lui ha una visione mistica del campo di battaglia e riesce così a fare una radiocronaca, se così si può chiamare, della Bhagavad-Gita a Drtarastra.

VERSO 10

O discendente di Bharata, Krishna, tra i due eserciti, sorridendo Si rivolge all'infelice Arjuna.

 

VERSO 11

Il Signore Beato disse: Sebbene tu dica sagge parole, ti affliggi senza ragione. Il saggio non si lamenta né per i vivi ne per i morti.

Qui Krishna Krishna prende il posto di maestro e comincia a istruire Arjuna. Adesso è molto serio, il Signore, e comincia ad istruirlo sulla differenza tra anima e corpo. Questa differenza tra anima e corpo è la base della vita spirituale. Se una persona non capisce la differenza tra anima e corpo, non può iniziare realmente il suo progresso spirituale.

 

VERSO 12

Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo, Io, tu e tutti questi re; e mai nessuno di noi cesserà di esistere.

Qui il Signore sta instaurando una verità fondamentale, cioè sta proponendo una verità fondamentale ad Arjuna; gli dice: "Io sono la Persona Suprema, esisto eternamente, tu anche, anche tu sei un essere eterno, un'anima eterna; non ci fu mai un tempo perciò in cui noi non siamo mai esistiti, né Io come individuo Supremo, né tu come individuo subordinato a Me, né tutti questi re, siamo tutti esistiti eternamente". Il Signore si sta riferendo all'anima, non si riferisce al corpo, non sta dicendo che il corpo di Arjuna è esistito in eterno, che i corpi di quei re, sono esistiti in eterno, perché stanno per essere distrutti, ha appena detto che ci sono i morti e i vivi e uno saggio non si lamenta né per i morti, né per i vivi, si sta riferendo perciò all'anima. "Tu come anima sei esistito eternamente, Io come Anima Suprema esisto eternamente". E' importante capire perché Krishna asserisce questo. Lo asserisce, per far capire ad Arjuna che anche la loro relazione è eterna, il legame che li unisce è eterno. "Io sono eternamente Dio, La Persona Suprema, tu sei un'anima eternamente legata a Me". E poi comincia a spiegare tutto il resto. Perché questa è la base "Sambhandha", la relazione che intercorre tra Dio e l'anima e Lui la stabilisce subito; cioè il colloquio tra Krishna e Arjuna non è un colloquio tra due corpi o tra due anime che si identificano con il corpo. E' un colloquio tra l'Anima Suprema, la Persona Suprema, Dio e l'anima individuale arresa a Lui. Ecco, il Signore adesso comincia a spiegare la differenza tra anima e corpo.

 

VERSO 13

Come l'anima incarnata passa, in questo corpo dall'infanzia alla giovinezza e poi alla vecchiaia, così l'anima passa in un altro corpo all'istante della morte. L'anima realizzata non è turbata da questo cambiamento.

Questo verso della Bhagavad-Gita è molto importante e tutti coloro che studiano la Bhagavad-Gita dovrebbero impararlo.

dehino 'smin yatha dehe
kaumaram yauvanam jara
tatha dehantara-praptir
dhiras tatra na muhyati

Significa che l'anima passa nel corpo e diversa dal corpo, osserva tutte le diverse fasi del corpo: la nascita, la crescita, l'età adulta, la vecchiaia e poi la morte, no?!  Noi osserviamo questi cambiamenti del corpo, essi sono così lenti, invisibili a occhio nudo, che uno non se ne rende conto, ma ogni istante il corpo invecchia e noi osserviamo questo cambiamento, ce ne rendiamo conto ogni lustro, ogni cinque anni, ogni dieci anni. Più si è giovani e meno uno se ne rende conto, più uno diventa anziano più, quando passa un anno, se re rende conto, però il cambiamento c'è. Il Signore spiega che noi rimaniamo lo stesso essere, lo stesso osservatore di questi mutamenti corporei. Come ho visto cambiare il mio corpo da bambino ad adolescente, così vedo cambiare il mio corpo da adulto ad anziano, così vedrò il mio corpo cambiare da vivo a morto, in altre parole, così uscirò da questo corpo. Come sono entrato nell'infanzia, uscito dall'infanzia, entrato nell'adolescenza, uscito dall'adolescenza, entrato nell'età adulta, uscito dall'età adulta, entrato nella maturità, uscito dalla maturità, entrato nell'età anziana, uscirò dall'età anziana e dove andrò? Sono passato in tutti questi diversi aspetti corporei in tutta questa vita, entrerò in un altro aspetto corporeo, dice Krishna, alla fine dell'esistenza di questo corpo. Ha cominciato a spiegare chiaramente che l'anima è diversa dal corpo che cambia e che l'anima rimane anche quando il corpo se ne va. Scientificamente è spiegato che il corpo cambia ogni sette-nove anni, ricambia completamente le sue cellule, ciò significa che ogni sette-nove anni abbiamo preso un altro corpo. Quanti corpi abbiamo preso? A settant'anni, abbiamo preso dieci corpi. Quando questo corpo, questa forma qui, è completamente lisa e inutile, si comincia con un altro corpo. Questo è il principio della trasmigrazione. Il Signore continua:

VERSO 14

Effimeri, gioie e dolori vanno e vengono come l'estate e l'inverno, o figlio di Kunti. Sono dovuti all'incontro dei sensi con la materia, o discendente di Bharata, e bisogna imparare a tollerarli senza esserne disturbati.

Se non siamo questo corpo, quello che accade al corpo dobbiamo vederlo come qualcosa di esterno a noi, non esserne troppo disturbati. Se uno fosse cosciente che fra pochi anni il corpo muore, le gioie e i dolori del corpo non sarebbero così importanti!

VERSO 15

O migliore tra gli uomini (Arjuna), chi non è distratto ne dalle gioie ne dai dolori ma rimane sereno e risoluto in ogni circostanza, è degno della liberazione.

VERSO 16

Coloro che vedono la verità hanno dedotto l'eternità del reale (l'anima) e temporaneità dell'illusorio (il corpo materiale) dallo studio delle loro rispettive nature.

Qui parla di persone sagge che hanno appunto discriminato tra corpo e anima; cioè si sono rese conto, come abbiamo detto prima, che il corpo cambia costantemente, ma l'anima, l'osservatore dei cambiamenti del corpo, è sempre lo stesso ente, è sempre lo stesso essere, lo stesso osservatore, e perciò vi è una differenza sostanziale fra essi, cioè tra anima e corpo.

VERSO 17

Sappi che non può essere annientato ciò che pervade il corpo. Nulla può distruggere l'anima eterna.

Questo verso, dice Srila Prabhupada, precisa la natura dell'anima, la cui influenza si diffonde in tutto il corpo. Tutti sanno che ciò che pervade il corpo è la coscienza. Noi siamo coscienti delle gioie e dei dolori che prova il nostro corpo, ma la nostra coscienza non si estende al corpo degli altri esseri, i cui piaceri e sofferenze ci sono estranei. Ogni corpo è dunque l'involucro di un'anima individuale, e il sintomo della presenza dell'anima è la coscienza individuale. Cioè, uno può rendersi conto della differenza tra anima e corpo e del fatto che l'anima è eterna e il corpo no, capendo la differenza tra chi è cosciente e ciò di cui si è coscienti. Chi è cosciente è l'anima, ciò di cui si è coscienti è il corpo. La scienza medica non sa, non riesce a trovare l'origine della coscienza nel corpo. Nessuno può isolare, in laboratorio, il principio della coscienza, significherebbe che hanno trovato l'anima, ma non riescono! Eppure ciò che differenzia un corpo vivo da uno morto , è proprio la coscienza. Un corpo morto è incosciente, completamente incosciente, mentre corpo vivo significa che c'è una qualche forma di coscienza, soffre, si dimena. Corpo morto c'è assenza di coscienza perché c'è assenza di anima. Poiché l'anima è l'essere cosciente, è sostanzialmente o qualitativamente diversa da ciò di cui è cosciente; ciò di cui è cosciente è qualcosa di inerte o incosciente: la materia, il corpo. Ma l'anima è cosciente e resiste ai mutamenti del corpo per cui non è alienabile o mutevole come il corpo.

 VERSO 18

L'anima è indistruttibile, eterna e senza dimensioni; soltanto i corpi materiali che assume sono soggetti alla distruzione. Perciò, o discendente di Bharata, combatti.

 

VERSO 19

Ignorante è colui che crede che l'anima può uccidere o essere uccisa; il saggio sa che l'anima non uccide ne muore.

Qui Krishna sta dicendo che anche se uccidi queste persone in effetti non le uccidi, togli di mezzo solo i loro corpi, loro come anime non moriranno mai, sono eterni. Certo questo non incoraggia un'uccisione capricciosa. Uccidere queste persone è giusto perché loro stanno negando l'esistenza dell'anima o stanno facendo del male ad altri esseri viventi in questo senso; per cui questa uccisione è autorizzata, voluta da Dio. Ma uccidere capricciosamente, fingendo di uccidere nel nome di Dio o uccidere per scopi personali è privare un'anima del corpo che la riveste, privarla perciò anche delle possibilità che il corpo che la riveste le offre di realizzazione spirituale. Se uno uccide un bambino, abortisce, sta privando un'anima del corpo umano che le potrà servire per comprendere la propria natura spirituale, la propria identità spirituale. Quello è un crimine, come anche uccidere un animale è un crimine, perché l'animale passa attraverso diverse specie di vita e arriva fino alla forma umana, viaggia attraverso diversi corpi, perciò uno sta bloccandogli la strada, ostacolandogli questo sviluppo, questo progresso verso la forma umana dove capirà se stesso.

VERSO 20

Per l'anima non c'è ne la nascita ne la morte. Esiste e non smette mai di esistere. Non nasce, non muore, è eterna, originale, non ebbe mai inizio e non avrà mai fine. Non muore quando il corpo muore.

Sta spiegando che l'anima è sostanzialmente differente dal corpo.

VERSO 21

O Partha, una persona che conosce che l'anima è indistruttibile, non nata, eterna e immutabile, come può uccidere o far uccidere?

VERSO 22

Come una persona indossa vestiti nuovi e lascia quelli usati, così l'anima si riveste di nuovi corpi materiali abbandonando quelli vecchi e inutili.

Il corpo qui è paragonato a un vestito. Uno mette un vestito, quando il vestito è vecchio, immettibile, lo cambia e ne mette un altro, così l'anima cambia il corpo.

VERSO 23

Nessun'arma può spezzare l'anima, ne il fuoco bruciarla; l'acqua non può bagnarla, ne il vento seccarla.

VERSO 24

L'anima individuale è indivisibile e insolubile; non può essere bruciata ne seccata. E' immortale, onnipresente, inalterabile, immobile ed eternamente la stessa.

VERSO 25

Si dice che l'anima è invisibile, inconcepibile e immutabile. Sapendo questo, non dovresti lamentarti per il corpo.

VERSO 26

E anche se tu credi che l'anima nasca e muoia infinite volte, non hai nessuna ragione di lamentarci, o Arjuna dalle braccia potenti.

Qui Krishna sta dicendo: "Queste sono le caratteristiche dell'anima". Lui è la Persona Suprema, la Suprema Autorità, il Signore; ha chiarito sin dall'inizio che Lui è eternamente esistito ed esisterà eternamente ed è l'individuo Supremo, il Maestro Supremo, Arjuna è Suo discepolo. Dio, la Persona Suprema, conosce bene la natura dell'anima. Noi possiamo dimenticarci che siamo anime e identificarci con i nostri corpi. Dimenticare che siamo eterni, ma il Signore non dimentica e sta spiegando questo ad Arjuna, però per chiarire meglio le cose gli dice: "Anche se tu credessi che l'anima non è eterna, che nasca e muoia infinite volte, non hai ugualmente nessuna ragione di lamentarti o Arjuna. Vuoi così per fare un , vuoi dire che l'anima nasce e muore? Perché ti lamenti? Comunque non dovresti lamentarti!" e gli spiega perché.

VERSO 27

La morte è certa per chi nasce, e certa è la nascita per chi muore. Poiché devi compiere il tuo dovere, non dovresti lamentarti così.

Ti lamenti per qualcuno che deve morire, ma deve morire comunque! Chi nasce deve morire e chi muore deve nascere, per cui qual è il problema? Se anche non credi nell'eternità dell'anima, un'anima" e glielo spiega nel verso seguente.

VERSO 28

Tutti gli esseri creati sono in origine non manifestati, si manifestano nel loro stato transitorio e una volta dissolti tornano a essere non manifestati. A che serve dunque lamentarsi?

Una persona non c'è, compare, rimane qualche anno poi scompare per sempre, anche se la devi uccidere, che problema c'è, le fai quasi un favore. Se uno vive solo per pochi anni in questa situazione transitoria, se vive, o muore che differenza fa nell'arco dell'eternità? Nell'eternità, cosa sono cinquanta, settanta anni? "Perché ti lamenti?". E' molto intelligente questa constatazione, per cui dice: "Vuoi fare il materialista Arjuna? Vuoi credere che l'anima sia materiale? Ma allora perché ti lamenti?". La domanda è molto, molto acuta! Perché Arjuna si lamenta? Si lamenta perché l'anima è eterna, ma identificandosi con il corpo materiale crede di morire, è per questo che si lamenta! Le dispiace morire! Perché fondamentalmente l'anima è eterna, o dispiace uccidere qualcuno perché pensa che questo qualcuno non vivrà più. Poiché l'anima è eterna, ma si pensa di morire, allora c'è il lamento, c'è la disperazione. Questo è il punto.

VERSO 29

Alcuni vedono l'anima come una meraviglia, altri la descrivono come una meraviglia e altri ancora ne sentono parlare come una meraviglia, ma c'è chi non riesce a concepirla neanche dopo averne sentito parlare.

Krishna sta dicendo ad Arjuna: "Se uno non conosce l'anima, sarà sempre confuso, si lamenterà e non capirà in effetti come l'anima è situata nella sua posizione costituzionale, qual è la sua gloria". Infatti Prabhupada, dà degli esempi, per esempio in un albero baniano, alberi baniani sono i Baobab o Sequoie, qualche volta li chiamiamo anche così. Sono alberi giganteschi, i semi sono piccolissimi, da un seme così piccolo, piccolo, infinitesimale, piantato nel terreno, viene fuori un albero gigantesco. Questa è una cosa incredibile è il potere di un'anima! Poiché in quel seme c'è racchiusa un'anima, una vita e se il seme è fritto o bruciato lo metti nel terreno non esce nulla ma, se il seme è ancora vivo, tu lo metti nel terreno dopo un po' di tempo esce fuori un albero gigantesco con miriadi di altri semi. Potere inconcepibile, straordinario, meraviglioso, affascinante! Per questo Krishna dice: "Alcuni guardano l'anima, rimangono meravigliati dei poteri dell'anima e altri ne sentono parlare e c'è anche chi dopo averla vista, non riesce a capire bene cos'è". Per capire bene cos'è, bisogna discriminare tra anima e corpo, capire bene cos'è l'anima sotto la guida di un maestro spirituale autentico; questo è l'unico modo.

VERSO 30

O discendente di Bharata, colui che risiede nel corpo è eterno e non può mai essere ucciso. Non devi dunque piangere per nessuno.

Fin qui Krishna ha spiegato la differenza fra anima e corpo. Ha detto che l'anima ha come sintomo la coscienza, che l'anima è l'osservatore, che il corpo cambia, l'anima rimane sempre la stessa; è di natura o sostanza diversa dal corpo perché l'anima è osservatrice e il corpo è ciò che è osservato e le sue caratteristiche sono: l'indistruttibilità, l'eternità, la insolubilità, ecc., e che una persona intelligente che ha capito che l'anima è eterna, indistruttibile, non dovrebbe lamentarsi per il corpo e se anche uno fosse un materialista il suo lamento non avrebbe senso. L'unica ragione per la quale il suo lamento è comprensibile, non giustificato, ma comprensibile è quella che l'anima si identifica con il corpo. Identificandosi con il corpo, crede di morire ed è per questo che soffre.
Questo capitolo è il più lungo della Bhagavad-Gita, per cui, un po' di pazienza.


Adesso Krishna, parlerà ad Arjuna dei suoi doveri di ksatriya. Ci sono quattro varna e quattro asrama nella società vedica. I quattro asrama sono ordini spirituali. Uno può essere: uno studente celibe, che si chiama brahmacarya; può essere uno sposato, che si chiama grihastha; può essere una persona che lascia la propria famiglia o vive nella propria famiglia senza avere connessioni, rapporti sessuali, si chiama vanaprastha; o può essere una persona che lascia la propria famiglia e si chiama sannyasa. Questi sono i quattro ordini spirituali. Quattro ordini sociali sono invece: i brahmana, la classe intellettuale, persone che hanno inclinazione o tendenza a svolgere lavoro intellettuale, i filosofi della società; ksatriya, significa amministratori, persone che vogliono difendere i principi morali-etici-sociali e fondamentalmente spirituali della società; vaisya è una classe produttiva, persone che commerciano, che producono; e sudra sono persone che lavorano e aiutano gli altri ordini della società.


Appartenere a uno di questi ordini, non è una imposizione artificiale. Nella società vedica uno può collocarsi dove si sente situato più appropriatamente ma deve dimostrare le qualità. Se vuole fare l'intellettuale, deve essere una persona che ha realmente comprensione, compassione, intelligenza, diverse qualità; vuole fare lo ksatriya, dev'essere valoroso, coraggioso, altruista, disinteressato, privo di egoismo, ecc., e deve mostrare queste qualità. Se uno è un vaisya deve mostrare anch'egli di saper accumulare ma per distribuire, non per fini egoistici. Una persona che produce per la società, sudra deve dimostrare di essere umile e deve essere capace di aiutare gli altri. Arjuna è uno ksatriya. Adesso Krishna vuole richiamare Arjuna al suo dovere. "Tu sei parte di questa società evoluta, civilizzata, hai questo compito da svolgere, il fine di questa società è quello di vivere una vita spirituale, per cui se non compi il tuo dovere, si creerà del caos".

VERSO 31

Tu conosci i tuoi doveri di ksatriya perciò dovresti sapere che non c'è migliore impegno per te che quello di combattere secondo i principi della religione, non puoi esitare.

VERSO 32

O Partha, felici sono gli ksatriya a cui si offre l'occasione di combattere, perché si aprono per loro le porte dei pianeti celesti.

Quando uno ksatriya compiva il suo dovere, se moriva in battaglia, veniva elevato a una nascita superiore anche se perdeva. Il fatto stesso che si fosse battuto valorosamente. lo qualificava per avere una nascita superiore.

VERSO 33

Ma se rifiuti di combattere questa giusta battaglia, certamente peccherai per aver mancato al tuo dovere e perderai così la tua fama di guerriero.

VERSO 34

Gli uomini parleranno per sempre delle tua infamia, e per chi ha conosciuto l'onore, il disonore è peggio della morte.

VERSO 35

I grandi generali che stimarono il tuo nome e la tua fama crederanno che solo per paura hai abbandonato il campo di battaglia e ti giudicheranno un codardo.

Per uno ksatriya questo è molto importante poiché il valore nella battaglia, nella difesa dei principi della religione, ci vuole coraggio, il disonore è considerato un problema.

VERSO 36

I tuoi nemici parleranno male di te e derideranno il tuo coraggio. Cosa può esserci di più penoso per te?

VERSO 37

O figlio di Kunti, se muori combattendo raggiungerai i pianeti superiori, se vinci godrai del regno della Terra. Alzati dunque e combatti con determinazione.

VERSO 38

Combatti per dovere, senza considerare gioia o dolore, perdita o guadagno, vittoria o sconfitta; così non incorrerai mai nel peccato.

Krishna sta cominciando a introdurre un discorso, "combatti per dovere". "Se tu fai il tuo dovere, tu otterrai i frutti che ottengono coloro che fanno il proprio dovere". Poiché la società vedica è organizzata in modo tale che se tu fai il tuo dovere, purifichi la tua coscienza, elevi la tua coscienza a una comprensione superiore e ti avvicini alla comprensione di essere un'anima. "Combatti per fare il tuo dovere, questo dovere è programmato in modo da purificarti ed elevare la tua intelligenza", questo gli ha detto Krishna.

VERSO 39

Finora ti ho descritto questa conoscenza col metodo analitico. Ascolta adesso mentre te la spiego col metodo dell'azione svolta con intelligenza senza attaccamento al risultato. Quando agirai con questa intelligenza potrai liberarti dai legami dell'azione.

Come abbiamo detto all'inizio, questo capitolo si divide in due parti; in una parte il Signore descrive la differenza tra anima e corpo in modo analitico. Questa è l'anima, questo è il corpo, l'anima sei tu, il corpo è come un vestito, come un involucro, ecc., ha descritto, ha parlato ad Arjuna in questo modo. Poi ha parlato dei suoi doveri. Adesso gli dice: se tu cambi i tuoi sentimenti, il tuo modo di intendere la vita, se ti liberi dall'egoismo, dall'attaccamento sentimentale dell'egoismo, che risultato ottieni? Poiché Arjuna accetta Krishna come suo maestro spirituale, è pronto a sperimentare questo cambio di coscienza su di sé, è pronto a fare un'esperienza su se stesso, quella di non agire per il proprio egoismo ma di agire per la soddisfazione di Krishna. Tutti sono abituati ad agire egoisticamente sulla base di considerazioni personali; ma questo, dice Krishna, è il problema. Se tu vuoi sperimentare la coscienza di Krishna devi imparare ad agire non più per te stesso, ma per la soddisfazione di qualcun'altro. Di chi? Di Dio e del maestro spirituale. Questo modo di agire, muta alla radice l'impostazione della tua vita, la tua intelligenza spirituale si risveglia. Adesso Krishna spiegherà.

VERSO 40

In questo sforzo non c'è perdita o diminuzione, e un piccolo passo su questa via ci protegge dalla paura più temibile.

Qual è questa paura più temibile? Che uno scenda dalla forma umana a forme inferiori. Krishna può parlare ad Arjuna perché Arjuna è un umano. Noi possiamo parlare qui, questa sera, perché siamo umani, ma non potremmo parlare con degli animali di questi argomenti. Poiché l'anima non rimane per sempre in un corpo umano, se capisce che deve agire con uno spirito diverso, con una coscienza diversa, può fare buon uso di questa vita umana e prendere una nascita superiore o addirittura ritrovare la propria origine spirituale; ma se non fa un buon uso di questa vita umana, scende nelle specie inferiori dove non ha bisogno di un corpo umano per mangiare, dormire e riprodursi. Perciò è imperativo che uno utilizzi bene questa vita umana altrimenti corre questo grande rischio.

VERSO 41

Chi si trova su questa via è risoluto nel suo sforzo è persegue un unico scopo. Invece, o figlio amato dei Kuru, l'intelligenza di chi non è risoluto si perde in molte diramazioni.


Cioè, se uno capisce di essere un'anima spirituale, e che la sua eterna dimora è il regno di Dio, e che la sua eterna attività è il servizio a Dio, si concentra su quello; ma se non capisce di essere un'anima, non capisce qual è il suo luogo di approdo, qual è il suo approdo finale e qual è la sua attività naturale, allora sarà confuso. Prenderà un corpo e penserà che alcune attività siano quelle più naturali per lui, prende un altro corpo, pensa ad altre attività e, anche nello stesso corpo cambia tanti ideali, tanti modi di pensare, tanti traguardi nella vita, perché la vita è mutevole per natura. Le situazioni cambiano; è essenziale, perciò, che uno capisca di essere un'anima, qual è il dovere o servizio dell'anima. La natura intrinseca dell'anima e, agisca di conseguenza. In questo modo può essere concentrato. Parliamo un attimo di qual è questo servizio originale dell'anima. Servizio a Dio. Dio, Krishna è l'origine di tutti gli esseri, è la radice dell'esistenza di tutti. Se uno si concentra nell'amare e servire Dio, automaticamente serve tutti gli altri esseri, proprio come una persona che annaffia un albero alla radice e da nutrimento a tutte le parti dell'albero. Annaffiando la radice, da nutrimento alle foglie.

Quella persona può essere eternamente concentrata in questa attività ed essere totalmente soddisfatta perché non tralascia e non trascura nessuno; ma chi si mette ad innaffiare una foglia o un ramo non darà vero beneficio neanche a quella foglia o a quel ramo e dovrà cambiare costantemente perché non sarà mai soddisfatto nel dare la propria energia, il proprio servizio a chi non può trarne vantaggio. Quando noi amiamo qualcuno o serviamo qualcuno, vogliamo vedere che questo qualcuno ne tragga vantaggio. Non ne tragga vantaggio nel senso che se ne approfitti, ne tragga benefici. E allora sentiamo che il nostro amore, il nostro servizio, sono ben riposti, sono utili, ci sentiamo realizzati nell'amare o servire qualcuno. Ma se nell'amare o servire qualcuno, questo qualcuno non recepisce, non è utile per lui, non l'aiuta, non lo rende felice, allora non ci sentiamo realizzati con questo amare e servire.

VERSI 42 - 43

Gli uomini di poca conoscenza si lasciano attrarre dal linguaggio fiorito dei Veda, che insegnano le pratiche per raggiungere i pianeti celesti, ottenere una buona nascita, potere e altri benefici simili. Desiderando la gratificazione dei sensi e una vita opulenta, essi non vedono niente più in là.


Sono queste le persone poco intelligenti che desiderano il guadagno e le posizioni materiali, che annaffiano le foglie e i rami dell'albero.

VERSO 44

Nella mente di coloro che sono troppo attaccati al piacere dei sensi e alla ricchezza materiale, e sono sviati da questi desideri, la risoluta determinazione a servire il Signore Supremo con devozione non trova posto.

Qui Krishna sta spiegando, come abbiamo detto all'inizio, la differenza tra chi agisce per egoismo, cosa lo spinge, qual è l'impeto che lo muove e chi invece agisce per devozione. Chi agisce per egoismo è spinto dall'impeto della propria soddisfazione personale "Ah! Potrò ottenere questa nascita, questo guadagno, questo corpo, questa posizione, questo potere, ecc.. Quando sono attratti da queste cose, non vedono l'utilità di annaffiare l'albero alla radice; sono troppo attaccati al contingente, ai loro corpi, a quello che il corpo può ottenere, alle soddisfazioni che può sperimentare. Allora è come rinfrescare una foglia senza darle beneficio, butti un po' d'acqua su una foglia, la rinfreschi ma non prende la linfa vitale, la linfa vitale la prende dalle radici, la foglia.

VERSO 46

Come una grande distesa d'acqua adempie a tutte le funzioni del pozzo, così colui che conosce il fine ultimo dei Veda raccoglie tutti i benefici che essi procurano.

Poiché i Veda parlano di queste nascite superiori, di queste gratificazioni paradisiache che uno può avere con corpi umani o più elevati, Krishna sta dicendo: "Guarda che come tutte le funzioni che puoi svolgere con un pozzo d'acqua, le puoi svolgere con una grande distesa d'acqua; così tutte queste promesse che i Veda ti fanno di soddisfazioni materiali, le puoi ottenere anche arrivando al servizio devozionale, alla coscienza di Krishna; cioè il piacere materiale è una frazione infinitesimale ed irrilevante del piacere spirituale, della soddisfazione spirituale, del servizio devozionale.

VERSO 47

Tu hai il diritto di compiere i tuoi doveri prescritti, ma non di godere dei frutti dell'azione. Non credere mai di essere la causa delle conseguenze dell'azione, e non cercare mai di sfuggire al tuo dovere.

Qui il Signore sta dicendo che uno ha un dovere da compiere e dovrebbe compiere questo dovere. deve pensare che non è lui la causa delle conseguenze delle azioni che fa; ma è stato organizzato in questo modo. Noi non siamo la causa delle azioni che facciamo, non sappiamo neanche perché gli occhi vedono, perché le orecchie ascoltano e perché i polmoni respirano; stiamo utilizzando uno strumento. Se noi l'utilizziamo secondo le indicazioni o le prescrizioni date nel "libretto di istruzioni", allora stiamo svolgendo il nostro dovere prescritto e abbiamo diritto di fare il nostro dovere, diritto di fare il nostro dovere.


Abbiamo preso un corpo, Krishna non ci lascia allo sbaraglio, ci dice cosa dobbiamo fare con questo corpo, con questa vita, ma non dobbiamo poi pensare che quello che riusciamo a fare appartiene a noi. Ci viene dato questo strumento, noi dobbiamo utilizzarlo e l'utilizzo che ne facciamo, i risultati che vengono, devono essere offerti a chi ci ha dato questo strumento, a chi ci ha dato questa possibilità. Questo significa dovere prescritto; non bisogna mai sfuggire al proprio dovere ne attaccarsi ai risultati dell'azione; questo è quello che il Signore dice.


Se io uso questo corpo come strumento di Dio e offro quello che ottengo con questo corpo a Dio, faccio un buon uso di questo strumento, sono distaccato dai frutti delle mie azioni; ma se io non uso questo strumento, lo trascuro, lo tralascio, lo faccio arrugginire, non sto facendo la cosa giusta. Perciò agire secondo il dovere significa non agire con attaccamento ne trascurare di agire; significa agire per la soddisfazione del proprietario Supremo, di Dio, Krishna.

VERSO 48

Compi il tuo dovere con fermezza, o Arjuna, senza attaccamento al successo o al fallimento. Questa equanimità si chiama yoga.

VERSO 49

O Dhananjaya, liberati da tutte le attività interessate col servizio di devozione e prendi rifugio in esso. "Avari" sono coloro che vogliono godere dei frutti del loro lavoro.

"Avari" significa che buttano via la loro vita umana, queste persone, per avere qualche piccola soddisfazione materiale, come una persona che ha acquisito una piccola fortuna la butta via per comprarsi delle cose futili mentre potrebbe utilizzarla e investirla per fare del bene a molte persone; questa è una persona avara.

VERSO 50

L'uomo impegnato nel servizio devozionale si libera dalle conseguenze buone o cattive dell'azione in questa stessa vita. Sforzati dunque di apprendere lo yoga, l'arte dell'agire.

VERSO 51

Il saggio impegnato nel servizio devozionale al Signore rinuncia, in questo mondo, ai frutti delle sue azioni. Si libera così dal ciclo di nascite e morti e raggiunge il livello che è al di là di ogni sofferenza.

Il Signore sta descrivendo ad Arjuna la posizione di chi riesce ad agire senza attaccamento, cioè un saggio. Si libera dalle nascite e morti, nascita e morte è una cosa tragica, lui si libera dalle nascite e morti e torna al luogo che è al di là di ogni sofferenza. Questo mondo materiale è un luogo di sofferenza; si chiama kuntha o luogo dell'ansietà. Solo per mantenere in vita questo corpo sei pieno di ansietà. Il corpo può andare sotto una macchina quando cammina, quando cammina non può camminare tranquillo, puoi prendere una malattia, invecchia, è un problema. Vaikuntha, il luogo dove non ci sono ansietà, però per raggiungerlo si libera dall'attaccamento, liberandosi dall'attaccamento, uno si libera dall'ansietà.

VERSO 52

Quando la tua intelligenza avrà attraversato la densa foresta dell'illusione, tutto ciò che hai ascoltato e tutto ciò che potrai ascoltare ti sarà indifferente.

Cioè, tutte le proposte di gratificazione di questo mondo ti sembreranno futili, inutili, illusorie, paragonate a Vaikuntha, al luogo senza ansietà, saranno illusorie e poco attraenti.

VERSO 53

Quando la tua mente non si lascerà più distrarre dal linguaggio fiorito dei Veda, sarai situato nella realizzazione spirituale, in piena coscienza di Krishna.

Stesso punto, quando sarai consapevole che la cosa più grande è l'eterna felicità del servizio devozionale nel regno di Dio, tutte le altre proposte vengono a mancare.

VERSO 54

Arjuna disse: Quali sono i sintomi di chi ha la conoscenza immersa nella Trascendenza? Come parla e con quali parole? Come si siede e come cammina, o Kesava?

VERSO 55

Il Signore beato disse: O Partha, quando un uomo si libera da ogni tipo di desideri materiali generati dalla speculazione mentale e quando la sua mente trae soddisfazione solo dall'anima, significa che è situato nella pura coscienza trascendentale.

Cioè, come puoi riconoscere una persona che si è situata nella trascendenza? Non vive più la sua vita creandosi dei traguardi immaginati dalla propria mente, cioè non crede più in traguardi di soddisfazione materiale, materiale significa sensuale, gratificazione dei propri sensi, non fraintende più: "Oh, se guadagno questo denaro, se godo con quella donna, se ho questo potere, se ho questo o quest'altro in questo mondo", le vede tutte come elucubrazioni mentali, come speculazioni della mente. Sa che tutte queste cose sono effimere, illusorie, temporanee, non ci crede più, è fisso nella propria coscienza originale. Quando vedi una persona che la pensa così ed agisce di conseguenza, allora puoi capire che quello è situato nella trascendenza.

VERSO 57

Colui che non ha attaccamenti, che non si rallegra nella felicità e non si lamenta nel dolore, è fermamente situato nella conoscenza perfetta.

Tasya prajna pratisthita, è situato nella conoscenza perfetta.

VERSO 58

Colui che può staccare i sensi dai loro oggetti, come una tartaruga che ritrae le membra nel guscio, possiede la vera conoscenza.

Significa che ha capito che il contatto dei sensi con gli oggetti genera ansietà, attaccamento. Contatta gli oggetti coi propri sensi solo per le semplici necessità e solo per servire Dio, altrimenti non è attratto spasmodicamente, irrimediabilmente dagli oggetti dei sensi; non succede che quando gli oggetti dei sensi si presentano ai suoi sensi automaticamente vanno a cercare di goderli, no, riesce a ritirarli, riesce a controllare i propri sensi; quando serve che i miei sensi tocchino gli oggetti, i miei sensi toccano gli oggetti, quando non serve che i miei sensi tocchino gli oggetti, i miei sensi non toccano gli oggetti. E il criterio è: i sensi entrano in contatto con gli oggetti dei sensi, gli occhi con la forma, il tatto con le percezioni tattili, ecc., solo quando è necessario per servire Dio; questo è il criterio, Krishna perciò ha spiegato, però adesso dice, spiega che non è una cosa facile.

VERSO 59

L'anima incarnata può astenersi dal godimento dei sensi, tuttavia il desiderio per gli oggetti dei sensi rimane. Ma se gusta una gioia superiore perderà questo desiderio e rimarrà fissa nella coscienza spirituale.

Cioè dice: non è automatico o meccanico che tu prendi i tuoi sensi e li ritrai dagli oggetti, lo puoi fare se questo ritrarli dagli oggetti ti dà un gusto superiore, se provi un gusto diverso. Se tu nel controllare i tuoi sensi, cioè dar loro modo di toccare gli oggetti o non toccarli per servire Dio, se questo ti dà un gusto superiore, allora ti viene facile, puoi farlo, ma se non trovi questo gusto allora è più difficile, più difficile. Cioè il controllo dei sensi si basa sul gusto che uno prova, sulla soddisfazione che uno prova nel servire Dio, cioè che l'anima prova nel servire Dio, nel servizio devozionale.

VERSO 60

I sensi sono così forti e impetuosi, o Arjuna, che trascinano via perfino la mente dell'uomo saggio che si sforza di controllarli.

Cioè c'è una tale affinità tra gli oggetti dei sensi e i sensi, cioè tra le forme e la vista, trai profumi e l'olfatto, tra i suoni e l'udito. C'è una tale affinità che anche se una persona tenta, è erudita e tenta di imporsi una certa condotta, può essere trascinata via, tale e tanta è l'affinità tra i sensi e i loro oggetti. Infatti Prabhupada dà l'esempio di molti grandi studiosi, eruditi, che cadono vittima del fascino dei sensi, come Visvamitra che era caduto sedotto da Menaka, ecc. Però la coscienza di Krishna è fonte di gioia spirituale.


Il sapere che Krishna è soddisfatto di quello che stai facendo, anche nei sacrifici che fai, del distacco che tu operi tra i sensi e gli oggetti in certe occasioni, in certe circostanze, questo ti dà una soddisfazione tale che uno preferisce, predilige questa soddisfazione a quella che deriva invece dal contatto dei sensi con i loro oggetti. Per dare un piccolo esempio: una madre può fare dei sacrifici per un figlio, vedere il figlio soddisfatto dal sacrificio che ha fatto, la appaga di più che non trascurare il figlio e andare in discoteca, perché è appagata dalla soddisfazione che vede nel figlio. Allora il devoto vede Krishna soddisfatto, i devoti soddisfatti, allora questo l'appaga di più che non andare a godere della propria soddisfazione sensoriale.

VERSO 61

Chi controlla i sensi e fissa la coscienza in Me è considerato un uomo dall'intelligenza ferma.

Si! Questo è il verso che spiega perfettamente che la coscienza di Krishna è la perfezione dello yoga. Yoga significa unione con il Supremo. Se agendo per la soddisfazione di Krishna, concentrandomi su di Lui, io controllo perfettamente i miei sensi, significa che ho raggiunto la perfezione dello yoga, sono perfettamente unito al Signore. Noi capiamo che unirsi al Signore non può essere una cosa meccanica, ci deve essere del trasporto, dell'attaccamento per il Signore, dell'attrazione per il Signore. Il servizio di devozione è il modo più naturale di essere attratti da Lui. Se non ami qualcuno, non trovi gusto nell'amarLo, nel servirLo, non puoi essere veramente attaccato a Lui. Allora questa posizione di servizio devozionale dell'anima è il vero yoga, la vera unione con il Supremo, unione spontanea, naturale con il Supremo. Qui dà l'esempio di Maharaja Ambarisa che era un grande re. Tutte le attività che faceva, le dedicava a Krishna; usava il corpo per offrire omaggi, la mente per ricordare il Signore, la parola per cantare le Sue glorie, le orecchie per ascoltare narrazioni di Krishna. Era sempre intento, in questo modo, a soddisfare Krishna ed era perfettamente felice spiritualmente; è il perfetto yogi.

VERSO 62

Contemplando gli oggetti dei sensi, l'uomo sviluppa attaccamento per essi; dall'attaccamento si sviluppa la cupidigia e dalla cupidigia nasce la collera. Dalla collera nasce l'illusione, e dall'illusione la confusione della memoria.

VERSO 63

Dalla collera nasce la completa illusione, e dall'illusione la confusione della memoria. Quando la memoria è confusa l'intelligenza è perduta, e quando l'intelligenza è perduta l'uomo cade nuovamente nell'oceano dell'esistenza materiale.

Ora, ci mette in guardia, il Signore, qui c'è proprio il grafico della caduta, comincia contemplando gli oggetti dei sensi. Se contempli gli oggetti dei sensi svilupperai dell'attaccamento. Se tu mediti sugli oggetti dei sensi, cominci a guardare, questo oggetto, questo oggetto, interessante, interessante, subito la mente sviluppa, fa un piano: "come posso goderlo quest'oggetto?", allora c'è l'attaccamento. L'attaccamento quando si modifica diventa una spinta verso questo oggetto che è la lussuria. La lussuria poi ti frusta perché non ti soddisfa sia che riesci avere quell'oggetto o non riesci averlo, sei comunque frustato. Prabhupada descriveva il godimento sessuale come un dolce che se lo assaggi sei triste, se lo assaggi sei triste perché una volta assaggiato è finito e se non l'assaggi sei triste perché non l'hai assaggiato, allora sei sempre triste sia che l'assaggi o no, allora questa gratificazione sessuale ti lascia frustato. Frustrazione significa collera, che uno è insoddisfatto. L'insoddisfatto genera collera, rabbia, frustrazione. Collera significa che perdi la memoria, perdi la bussola, si dice. Quando perdi la bussola cadi nell'illusione perché sei preda di questo mondo, non sei più il controllo dei tuoi sensi, ma sei completamente controllato a tua volta. E questa inclusione è molto pesante, perdi l'intelligenza, cadi nell'illusione e sei nell'esistenza materiale.

VERSO 64

Ma colui che è libero da ogni attaccamento e avversione ed è capace di controllare i sensi osservando i principi regolatori della libertà riceve dal Signore la Sua piena misericordia.

Cioè chi agisce sotto la guida di un maestro spirituale secondo i principi stabiliti per diventare cosciente di Krishna, agisce sotto la direzione di Krishna, questo è il Bhakta o devoto.

VERSO 65

Per chi è situato nella coscienza divina le tre forme di sofferenza materiale non esistono più; in questo stato di felicità, presto la sua intelligenza diventa ferma.

VERSO 66

Colui che non è in unione col Supremo non può avere né una mente controllata né un'intelligenza ferma, senza le quali non è possibile la pace. E come può esserci la felicità senza la pace?

Se non sono soddisfatto, trasportato dal mio servizio a Dio, la mia intelligenza non sarà ferma, determinata, la mia mente sarà confusa e con una intelligenza che non sa dove andare e una mente confusa puoi vivere in pace? Non puoi vivere in pace! E se non vivi in pace puoi essere felice? Non puoi essere felice! C'è bisogno della pace per essere felici, ma per ottenere la pace la tua intelligenza dve sapere in che direzione andare, qual è il fine della tua vita, che scopo devi perseguire e la tua mente deve pensare sentire e volere nel modo giusto, in modo molto chiaro, non confuso. L'unico modo per avere questo è dedicarsi, concentrarsi su Krishna e sul servizio a Lui.

VERSO 67

Come un vento impetuoso spazza una barca sull'acqua, anche uno solo dei sensi su cui la mente si fissa può portare via l'intelligenza dell'uomo.

Magari, uno dice: "Controllo quattro sensi, un senso lo lascio andare", ma anche quello ti può portare via.

 

VERSO 68

Perciò, o Arjuna dalle braccia potenti, chi distoglie i sensi dai loro oggetti possiede un'intelligenza ferma.

Chi riesce a controllarli, come abbiamo detto prima, significa che è unito a Krishna, è concentrato su Krishna.

 

VERSO 69

Quella che per tutti gli esseri è la notte diventa, per l'uomo che ha controllato i sensi, il tempo della veglia; quello che per tutti è il tempo della veglia è la notte per il saggio raccolto.

Qui Prabhupada dice: "esistono due tipi di uomini intelligenti, quelli che si servono dell'intelligenza sul piano materiale con lo scopo di godere meglio dei sensi, e quelli che sono più riflessivi e usano l'intelligenza per aprirsi alla realizzazione spirituale". Perciò le azioni di uno sono tenebre per l'altro, cioè quello che per uno è giorno, è tenebre per l'altro, quello che è tenebre per uno, è giorno per l'altro, perché usano l'intelligenza in modo diverso. Uno usa l'intelligenza per compiere delle azioni che lo liberano dalla vita materiale e gli danno modo di attaccarsi a Krishna, di amare Dio. Per il materialista questo modo di usare l'intelligenza non va bene, è l'opposto di come la usa lui, lui la usa per dimenticarsi ancora di più di Krishna, creare una situazione in questo mondo ancora più piacevole per cui quella che è notte per uno, è giorno per l'altro, quello che è giorno per uno è notte per l'altro.

VERSO 70

Soltanto colui che non è turbato nonostante il flusso incessante dei desideri, come l'oceano rimane immutabile nonostante i fiumi che vi si gettano, può trovare la pace, non colui che lotta per soddisfare questi desideri.

Qui dà l'esempio dell'oceano, apuryamanam acala-pratistham samudram. Samudram è l'oceano. L'oceano è sempre tranquillo, tanti fiumi entrano nell'oceano, ma l'oceano non sale, non scende. La mente, nella mente entrano sempre tanti desideri, se la mente rimane tranquilla non va fuori dai confini, dal sentimento, allora vuol dire che quella persona è un saggio poiché la mente è concentrata sul suo servizio devozionale, il servire Dio, non straripa per cui quella persona può andare tranquilla nella propria vita, ma quando i desideri entrano nella mente e uno corre appresso ai desideri, allora lì è un problema, non vive in pace, quindi deve diventare come l'oceano. Qui Prabhupada dice: "Ecco come riconoscere l'uomo cosciente di Krishna, non ha più la tendenza a godere dei sensi, anche se i desideri sono ancora presenti. Poiché è pienamente soddisfatto di servire il Signore con devozione spirituale, rimane sempre immutabile, come l'oceano, e gode di una pace perfetta. I non devoti, invece, anche se soddisfano i loro desideri di successo materiale o di liberazione, non trovano mai la pace".

VERSO 71

Soltanto colui che non è più attratto dai piaceri materiali ed è libero dai desideri, che ha lasciato ogni senso di possesso ed è senza falso ego può raggiungere la vera pace.

VERSO 72

Questa è la via della vita spirituale e dopo averla raggiunta l'uomo non è più confuso. Colui che intraprende questa via fosse anche in punto di morte, entra nel regno di Dio.

Questa è la conclusione del secondo capitolo. Il sunto è: Bisogna discriminare tra l'anima e il corpo, capire di essere anime spirituali, non lamentarsi troppo per questo corpo, se è possibile non lamentarsi per nulla per questo corpo.
Individuare quali sono le attività eterne che l'anima deve svolgere seguendo le istruzioni, ottenendo la guida di un maestro spirituale autentico. Impegnarsi in queste attività senza attaccamenti o forme di egoismo: ma agire per devozione, per la soddisfazione di Dio. In questo modo uno manifesta qualità di perfetto distacco e di capacità di controllo dei propri sensi. Riuscendo a controllare i propri sensi, rimane sempre in contatto, in unione con Dio "yoga" ed è libero dal rischio di continuare a cadere nel ciclo di nascite e morti e trasmigrare da un corpo all'altro in condizioni miserabili.

S.G. Madhusevita Prabhu (Brescia - 1991)

Bhagavad-gita: Il verso del giorno

  • Bhagavad-gita cosi' com'e' - Il Verso di Oggi e': B.G. - 02.59

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