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VI° CAPITOLO

Il Sankhya-Yoga o Jnana-Yoga

Il sesto capitolo della Bhagavad-Gita tratta fondamentalmente dello yoga; jnana-yoga o astanga-yoga, cioè del risultato della connessione con il Signore e del processo per riuscire a connettersi con il Signore. Inoltre chiarisce la differenza tra l'unirsi al Signore in devozione direttamente e invece il perseguire in processo meccanico di controllo della mente e dei sensi. In questo capitolo, Krishna spiega che è necessario controllare mente e sensi per poter entrare in contatto con la Persona Suprema, con l'Assoluto e illustra ad Arjuna un mezzo per controllare mente e sensi. All'inizio, il Signore, chiarisce ad Arjuna che la rinuncia ai frutti dell'azione e l'attività devozionale cioè il servire il Signore, sono la stessa cosa. Se voi ricordate, nel capitolo precedente, Krishna aveva concluso dicendo ad Arjuna di agire in uno spirito devozionale. "Karma-yoga, "azione in Coscienza di Krishna" si chiamava il capitolo precedente. Kirhsna aveva detto ad Arjuna: "Agisci in uno spirito di devozione". Adesso il Signore esordisce, in questo nuovo capitolo, dicendo che il vero sannyasi è colui che non rinuncia all'azione ma piuttosto s'impegna in attività devozionali tese alla soddisfazione del Supremo, infatti il primo verso del capitolo è:

VERSO 1

sri bhagavan uvaca
anasritah karma-phalam
karyam karma karoti yah
sa sannyasi ca yogi ca
na niragnir na cakryah

Sri bhagavan uvaca, il Signore dice così: "Colui che non è attaccato ai frutti dell'azione, anasritah karma-phalam, che non prende rifugio nei frutti dell'attività, anasritah karma-phalam karyam karma karoti yah, e agisce perché è suo dovere agire, sa che deve agire, che deve svolgere qualche azione, perciò lo fa come dovere, quella persona, dice Krishna, è un sannyasi, è una persona nell'ordine di rinuncia, è veramente rinunciato, sa sannyasi ca yogi ca ed è uno yogi, na niragnir na cakryah, non quella persona che non accende il fuoco e che non compie alcuna attività. Il sannyasi, come inteso in modo ortodosso in India, è una persona che rinuncia all'azione, una persona che si ritira dalla vita sociale, che non fa più nulla e fondamentalmente non accende il fuoco, per fuoco s'intende il fuoco del sacrificio; ogni cosa che uno fa dovrebbe essere fatta come sacrificio, come un'offerta. Quando uno mangia, accende un fuoco! Cucina del cibo e poi lo offre in sacrificio, lo offre, c'è l'offerta! Un sannyasi non dovrebbe neanche fare questo, dovrebbe soltanto elemosinare, non dovrebbe fare nulla e tanto meno compiere attività di carattere sociale, è morto socialmente, un sannyasi è una persona che non esiste più per la società nel senso ortodosso o come comunemente è inteso, ma Krishna dice: "Quello per Me non è il vero sannyasi, il vero sannyasi è quella persona che agisce, che accende il fuoco, che compie svariate attività ma lo fa in spirito di servizio a Me", cioè indica chi è la vera persona nell'ordine di rinuncia. Chiarisce questo ad Arjuna perché non vuole che Arjuna pensi che l'unione col Supremo e la rinuncia siano due situazioni diverse, siano cose che non vanno d'accordo, anzi, vuole che Arjuna pensi invece che: se veramente voglio arrivare al Supremo, voglio contattare il Signore, devo rinunciare ai frutti dell'azione. Questa è vera rinuncia, rinunciare al desiderio dei frutti dell'azione e che se veramente rinuncio al desiderio dei frutti dell'azione allora raggiungo il Supremo; questo è ciò che Krishna vuole Arjuna pensi, perciò esordisce dicendogli che non c'è differenza tra la rinuncia e l'attaccamento al Signore, l'attaccamento a Krishna, non c'è differenza, una persona veramente rinunciata è una persona attaccata a Krishna e una persona attaccata a Krishna è una persona veramente rinunciata. Questo è il primo punto che Lui fa, poi gli spiega, sempre in questo sesto capitolo, qual è la posizione di una persona che ha raggiunto questa meta, cioè che vede gli oggetti dei sensi, vede questo mondo non più con cupidigia, con attaccamento, con desiderio intenso di goderli gli oggetti dei sensi, ma piuttosto è riuscito a distaccarsi, ad avere una relazione di distacco, neutra, non solo è riuscito a controllare le spinte dei sensi e della mente. Krishna spiega ad Arjuna qual è la condizione di una persona che ha raggiunto questa meta; gli dice in primo luogo:

VERSO 6

bhandur atmatmanas tasya
yenatmaivatmana jitah
anatmanas tu satrutve
vartetatmaiva satruvat

Gli dice: "Uno deve rendersi amica la mente". Questa è la condizione di colui che è riuscito a vincere la spinta e il legame con gli oggetti dei sensi, uno deve riuscire a rendersi amica la mente. La mente può essere è la migliore amica per colui che è riuscito a controllarla, ma per chi non è riuscito a controllarla diventa la peggiore nemica; per cui la persona che riesce "veramente" a controllare la propria mente raggiunge una coscienza superiore, chi invece non riesce "in realtà" a controllare la mente rimane a un livello di coscienza inferiore. Cosa significa livello di coscienza inferiore? Significa che i propri sensi gli detteranno cosa deve fare, gli diranno cosa deve fare. I sensi gli diranno: prendi questo, guarda quest'altro, desidera questo, fai di tutto per ottenere questo qui, ecc., forme, odori, sensazioni tattili. I sensi spingeranno e la mente sarà trascinata da questi sensi nella ricerca del piacere; questo è un livello di coscienza inferiore, mentre il livello di coscienza superiore è quello,

VERSO 7

jitatmanah prasantasya
paramatma samahitah
sitosna-sukha-duhkhesu
tatha manapamanayoh

Significa che per una persona che è riuscita a controllare la mente, c'è stato il raggiungimento dell'Anima Suprema. Nel cuore ci sono due anime: la nostra anima individuale, noi come individuo, e l'Anima Suprema cioè il Signore. Entrambe le anime convivono nel cuore, solo che l'anima individuale ricerca i frutti dell'azione cioè ricerca il godimento degli oggetti dei sensi, l'Anima Suprema, no. Quando l'anima individuale smette di cercare questa gratificazione dei sensi ma si volge verso l'Anima Suprema, allora ha ottenuto un livello di coscienza superiore, ma per far questo deve controllare la propria mente e i propri sensi, non deve lasciarsi trasportare, allora, chi è riuscito, ha raggiunto l'Anima Suprema. Raggiungere l'Anima Suprema significa lasciarsi guidare dall'Anima Suprema nel corso della propria esistenza, jitatmanah prasantasya, è diventato pacifico, tranquillo, perché? paramatma samahitah, perché ha trovato chi lo può guidare perfettamente in tutte le fasi della sua vita. Se uno si è reso conto di essere stato trascinato, sempre, dai propri sensi e dalla propria mente, di non aver avuto mai la possibilità di controllare il corso della propria esistenza; ha creduto di riuscire a controllare le cose! Ha creduto che raggiungendo quell'oggetto, o quell'altro oggetto, o quella persona, o quel luogo, avrebbe ottenuto la felicità! Ha creduto tutto questo, poi si è reso conto che non era così! Quando questa persona si rende conto invece che qualcuno può guidarlo o darle una direzione secondo la quale "non sbaglierò, non incapperò in ostacoli insormontabili, non troverò frustrazione e difficoltà nella mia vita", quando si rende conto di aver trovato questo, è molto quieto, è molto tranquillo.

E' come se uno fosse in un labirinto e trova il filo di Arianna, sapete, c'era il labirinto di Knosse dove c'era il mostro Minotauro, Teseo era dentro e c'era questa Arianna fuori che gli tendeva il filo, il filo di Arianna significa, filo per uscire fuori dal labirinto. Quando ti rendi conto che hai la traccia per uscire da questo labirinto di perplessità dell'esistenza materiale, ti senti tranquillo e questa è la situazione di uno che ha controllato la mente. Cioè, l'Anima Suprema è con noi e vuole guidarci, è nel nostro cuore, ma fino a quando la nostra mente è turbolenta, i nostri sensi chiedono la nostra attenzione costante, non riusciamo ad ascoltare ciò che dice, non riusciamo a seguire le direzioni che ci dà; quando invece la mente è controllata, i sensi sono controllati e seguiamo l'Anima Suprema allora quelle difficoltà che prima ci opprimevano e quelle forme di felicità che prima ci esaltavano, acquisiscono un valore più superficiale. Cioè, se prima un momento di felicità ci sembrava il raggiungimento del successo della vita e una situazione dolorosa ci sembrava la disfatta totale perché non sapevamo dove stavamo andando, che direzione dovevamo prendere, se prima era così, adesso che sappiamo che direzione dobbiamo prendere, qual è la nostra strada, anche se c'è un ostacolo e anche se c'è una soddisfazione momentanea, non ci interessano molto, non basiamo tutta la nostra vita su queste manifestazioni effimere di dolore e di gioia, per cui:

sitosna-sukha-duhkhesu
tatha manapamanayoh

 

cioè acquisiamo un equilibrio, acquisiamo un equilibrio stabile, cioè, il nostro equilibrio, la nostra salvezza psicologica nell'esistenza, la troviamo quando troviamo la guida certa e sicura dell'Anima Suprema, quando la nostra mente e i nostri sensi sono controllati. Questo è quello che Krishna sta dicendo ad Arjuna. Poi gli descrive un metodo come riuscire a controllare la mente e i sensi. Questo metodo che il Signore sta descrivendo, è un metodo difficile, si chiama astanga-yoga, è un metodo difficile, poi capiremo perché il Signore lo descrive ad Arjuna. Allora, che metodo descrive? Parleremo poi. Perché lo descrive se è un metodo difficile? Perché non dice praticamente subito ciò che va fatto? Lo spiegheremo alla fine. Comunque il metodo consiste in questo: uno deve andare in un luogo tranquillo, solitario, prendere dell'erba kusa che è una erba fatta apposta per i rituali vedici, fare un asana cioè una specie di materassino d'erba, come una stuoia di erba, poi coprirla con una pelle di daino perché la pelle di daino respinge i serpenti, Poi sedersi sopra. Deve andare però in un luogo solitario, Krishna dice, in una foresta, non deve farlo nel terzo piano a via Musei o a non so, con il telefono, con il pacchetto di sigarette sul tavolo, ecc., no, deve andare proprio in una foresta e deve sedersi tenendo gli occhi ne troppo aperti, ne troppo chiusi, perché troppo chiusi uno si addormenta, troppo aperti uno guarda tutto quello che c'è intorno, ogni foglia che si muove, ecc., no. Gli occhi devono essere a mezz'asta, come si dice, semiaperti, deve fissare un punto, deve essere libero dal desiderio sessuale, libero dalla paura. Il desiderio sessuale è il problema più grande che tutti gli esseri viventi hanno, è quello che coinvolge di più i sensi e la mente, se uno dovesse fare il bilancio nella propria vita di quali pensieri o desideri ha coltivato di più probabilmente arriverebbe nel bilancio finale col desiderio sessuale o pensieri amorosi o sessuali che dir si voglia, sono quelli che hanno determinato maggiormente il corso del suo sviluppo mentale, psicologico. Uno deve essere libero da quel desiderio, deve anche essere libero dalla paura, abhay, non deve andare nella foresta e dire: "Magari adesso rimango qui, magari viene una tigre, magari viene un cobra, viene questo o quell'altro". Krishna parlava ad Arjuna in India, in Himalaya ci sono tigri, ci sono cobra, ci sono tanti animali diversi. Una volta in Bengala chiesi: "Ma quell'insetto è velenoso?" mi risposero: "Qui tutto è velenoso, tutto è velenoso", era una specie di rospo-serpente che camminava, non si capiva bene. Allora Krishna dice: "Uno non deve avere paura", devi stare lì, non devi aprire gli occhi e aguzzare la vista appena si muove una foglia e vedere cosa c'è, cosa c'è, un serpente lì dietro? Cosa c'è, una tarantola? Cosa c'è, uno scorpione? Cosa c'è, forse una tigre o forse un, no! Devi stare tranquillo e avere fede nel processo yogico e nell'Anima Suprema.

Il punto fondamentale è questo: uno non può fare yoga come "show", non può ostentare una pratica di yoga solo per ottenere dei benefici fisici, che è quello che un pochettino va avanti ai nostri giorni; è stata volgarizzata questa pratica dello yoga, hatha-yoga viene chiamato e in effetti è lo yoga di Patanjali, lo yoga in otto fasi. Krishna o spiega bene questo yoga in otto fasi, dice che uno fondamentalmente deve cominciare con gli asana ma poi deve arrivare a un punto tale di concentrazione per cui la mente è completamente assorta nella pratica dello yoga, non può farlo quattro o cinque ore al giorno come una cosa a fine settimana in una palestra, questo non è accettato dal Signore, la sua mente deve diventare, dice Krishna, come una fiamma che non vacilla in nessuna circostanza, perché facendo questo e controllando tutte le arie vitali che si muovono nel corpo, controllando la mente e i sensi con grande sforzo, alla fine lo yogi deve arrivare a purificare la mente e attraverso la mente purificata vedere la sua vera identità, il suo vero se, arrivare per ciò in uno stato di gioia chiamato il brahma-bhutah, arrivare a uno stato di gioia e di felicità nella quale lui gode eternamente. Non ha più il desiderio "Ho fatto queste tre ore di yoga, adesso vado a dirlo alla mia ragazza, oppure vado a farmi un gelato alla cremeria Brescia-centro", no, non ha più quel desiderio lì! E' completamente soddisfatto in se stesso, non solo, Krishna spiega anche, che appunto è molto rigida, molto dura, che richiede un assoluto celibato, brahmacari, con questa pratica, uno arriva addirittura a vedere il Signore presente in tutti gli esseri e tutti gli esseri presenti nel Signore; questo dice Krishna. Questo è il risultato della pratica di yoga. Krishna descrive minuziosamente e Arjuna ascolta. Sto andando abbastanza velocemente altrimenti ci vorrebbero tante lezioni per spiegare questo punto. Il punto è che Krishna dice ad Arjuna che "lo yoga" significa vedere Lui in ogni essere e ogni essere in Lui; cioè uno deve arrivare a questo tipo di samadhi o di concentrazione. Yoga non significa ottenere qualche beneficio fisico o qualche forma di potere mistico, yoga significa unirsi a Lui e questo metodo che Lui sta descrivendo è un metodo difficile perché consiste nel forzare la propria mente e i propri sensi a un equilibrio attraverso grandi austerità e prove di sacrificio tanto che alla fine Arjuna quando ha ascoltato questa descrizione del sistema di yoga datagli da Krishna, dice: "Krishna, secondo me, questo è inattuabile"

cancalam hi manah krsna
pramathi balavad dridham

Krishna, la mente è così instabile, cancalam, è così instabile che controllarla mi sembra più difficile che controllare il vento". La mente è pazza praticamente, pramathi balavad drdham, è pazza ed è molto forte, balavad dridham, è molto molto forte, alla fine dice: vayor iva suduskaram  "E' più facile controllare il vento", controllare il vento che gira, che controllare la mente perché la mente ha una forza, quando vuole pensare a qualcosa o a qualcuno o a una situazione, è molto difficile tirarla indietro. Avete tutti questa esperienza. Quando c'è un pensiero che vi assilla e dite: "Basta, non voglio più pensare a questa cosa qui, sono stufo!", addirittura uno è "stufo" di pensare a quella cosa, non vuole più pensarci, ma il pensiero ritorna. Succede! Penso che succeda a tutti, perché la mente è molto forte, balavad drdham. Arjuna sta facendo un punto molto, molto pratico: "Krishna, io devo controllare la mia mente per arrivare al successo, attraverso questo sistema che Tu hai menzionato, però come faccio? Io non ce la faccio a mettermi lì, seduto e bloccare i miei sensi, imporre ai miei sensi di non agire, stare con gli occhi semichiusi, tutti i pensieri che affollano la mia mente, ecc., io non ce la faccio, mi rimane molto, molto, molto difficile, io non credo che riuscirei a mantenere la mia mente stabile in equilibrio mentale con questa pratica, non ce la farei". Allora Krishna a questo punto che Arjuna porta, replica:

sri bhagavan uvaca
asamsayam maha baho
mano durnigraham calam

"Senza dubbio, asamsayam maha baho, si chiama maha baho, una persona che è molto potente ed è Arjuna, asamsayam maha baho mano durnigraham calam, è molto difficile controllare la mente, però dice Krishna

abhyasena tu kaunteya
vairagyena ca grhyate

si riesce, ci si può riuscire attraverso la pratica e il distacco". Krishna chiarirà in seguito cosa intende per "pratica". Per pratica, intende che uno pratichi il servizio di devozione a Lui, cioè la pratica migliore è il canto del Santo Nome del Signore, perché questa pratica è semplice ed è attuabile anche in questa era in cui la mente è così tanto disturbata, perché questa è un'era in cui la mente è molto disturbata, ci sono anche oggettivamente tante cause di disturbo, le città sono degli agglomerati di disturbi per la mente: l'atmosfera, l'aria, i modi di parlare, comportarsi della gente, tutto è diventato causa di disturbo per la mente. Questo è il Kali-yuga, perciò il praticare il canto del Santo Nome è la cosa più semplice. Uno può praticare il canto del Santo Nome ovunque si trovi, in qualsiasi circostanza per cui è una pratica che può diventare costante, mentre quanto puoi praticare il metterti seduto e tentare di controllare la tua mente "così" facendola diventare "vuota" tra virgolette perché la mente vuota completamente non lo è mai, quanto puoi farlo? Devi sopravvivere, devi andare a lavorare e poi, ci sono delle foreste qui vicino? Dei boschi? Cosa c'è? I monti? - "C'è la Maddalena, ma è affollata". Appunto! Uno dice: "Vado alla Maddalena, mi metto in posizione", quanto ci rimani? Un giorno, due giorni, cinque giorni, dovrai mangiare! Pensi di controllare la mente? Quando viene la fame riesci a controllare la mente e non farti prendere dalla fame o dalla sete, o da, pensi veramente di riuscirci? Riuscire è difficile! Se vuoi fare quel tipo di yoga, devi farlo un'ora al giorno, se riesci, due ore al giorno, due ore la settimana, nei casi migliori un'ora, due ore al giorno, ma Krishna dice che devi essere costante, non puoi metterti a meditare un'ora o due e poi fare tante altre cose nelle rimanenti ventidue ore. Non guadagni niente!

La pratica deve essere costante, altrimenti tenti di svuotare la mente per due ore, poi nelle altre ventidue ore la mente ti si riempie di nuovo, non ha senso; mentre il canto dell'Hare Krishna mantra, Lo puoi portare avanti ovunque, puoi pensare a Krishna in qualsiasi circostanza o leggere un libro o cantare il Suo Santo Nome o ascoltare qualche cosa o ricordarLo, tanti modi per essere in contatto con Krishna, specialmente il canto del Santo Nome è consigliato. Comunque Krishna dice che, abhyasena, pratica e distacco, cioè se tu riesci a mantenere un'attitudine di distacco nella tua mente, la tua mente non ti ossessiona. Srila Prabhupada disse una volta: "Il segreto per vincere la mente, è trascurarla", quando diventa ossessionante la devi trascurare, l'aveva paragonata a una moglie petulante, insiste, insiste, insiste, alla fine arrivi che non, allora, la trascuri e vivi tranquillo o un marito petulante, si dice moglie petulante, ma può essere anche un marito, a volte petulante. Ma come fa' uno a trascurare con tranquillità? Cioè come fa uno ad avere un'attitudine di distacco? Può averla se sta trovando soddisfazione nella sua relazione con Krishna, cioè se la sua pratica devozionale lo sta' rendendo soddisfatto, allora è automatico il suo distacco nei confronti delle attività ordinarie della mente, è automatico, come se uno sta' mangiando qualcosa di molto gustoso, automaticamente è distaccato dalle considerazioni se prendere qualcosa che invece non è per nulla gustoso o attraente, paresanubhuti si chiama, bhaktih paresanubhavo viraktir anyatra ca (S.B. 11.2.42) cioè, nel momento in cui uno è impegnato in attività di servizio devozionale, tutte queste considerazioni ordinarie che la mente spinge sempre, su questo, su quell'altro, sulle situazioni esteriori del corpo o dei sentimenti o del sesso, ecc. o tante altre cose, passano in secondo piano, cioè non sono più così predominanti, c'è un distacco naturale. Questo è quello che Krishna sta' dicendo. Arjuna ha compreso ma vuole capire da >Krishna una cosa, dice: "Va bene, uno si può impegnare allora nella pratica e sviluppare distacco, ma poiché è un processo difficile questo qui, (non dimenticate che Krishna ha menzionato un processo di yoga abbastanza difficile per controllare la mente, quello dell'astanga-yoga) cosa succede se uno intraprende questa via e poi non ce la fa'? Prova, però per debolezza cade; cosa succede? Non sarà che finisce come una nuvola trasportata dal vento?". Ogni tanto appare una nuvola nel cielo, poi viene un colpo di vento e la nuvola va via e non si sa dove è andata. Arjuna chiede: "Che fine fa' quello spiritualista?". Ha tentato di controllare la mente e i sensi, la mente, abbiamo detto, è molto difficile da controllare! Si è impegnato in una pratica yogica e ha tentato di rimanere distaccato, però non ce l'ha fatta, dove va a finire? Dove la ritroviamo quella persona? Krishna risponde dicendo che se una persona, uno yoga cade dalla sua posizione devozionale e bisogna capire bene una cosa, che è molto più facile cadere da una pratica yogica meccanica che da una pratica devozionale, cioè il sistema che ha enunciato Krishna è più difficile ma è più difficile non solo per le difficoltà oggettive che bisogna affrontare, cioè la pelle di daino, lo stare lì, freddo, caldo, in una situazione difficile, non solo, ma anche perché è un'attività meccanica. Quando tu fai qualcosa meccanicamente, se fai un errore perdi tutto quello che hai fatto, invece con una pratica devozionale, cioè se la tua pratica di yoga è una pratica devozionale, Krishna lo spiegherà fra un pochino, allora si instaura una relazione d'amore con il Signore, con l'Oggetto, con il Traguardo della tua ricerca, della tua austerità, si instaura una relazione d'amore, allora quando c'è una relazione d'amore e di affetto anche se uno fa' un errore non viene cancellato dalla banca mnemonica della persona con la quale ha una relazione, giusto? Se una relazione è puramente meccanica se uno fa un errore, è finito è come se tu hai una relazione con un computer, fai un errore, devi ricominciare praticamente, non puoi dire: "Ma guarda ho digitato su di te per tanto tempo, un attimino di comprensione! No!?", no, perché è una pratica meccanica, non puoi chiedergli, ma se tu hai una relazione con una persona, anche se fai un errore puoi dire: "Ma in virtù della nostra relazione, sii comprensivo!". E questo è proprio ciò che succede. Krishna dice, è implicita nella Sua dichiarazione che se una persona si dedica con uno spirito devozionale nella pratica che fa', se è agli albori della pratica yogica allora Krishna dice: "Non ce la fa' in quella vita, abbandona, se ne va' perché si sente debole, non vuole più andare avanti, rinascerà nei pianeti superiori", dice Krishna. Nei pianeti superiori dove si vive una vita di godimento per migliaia e migliaia di anni. Perché uno cade dalla pratica yogica? Perché non se la sente di dedicarsi completamente al servizio della Verità Assoluta e vuole ancora godere un po', uno non cade perché vuole soffrire un po', ma perché vuole godere un po', allora Krishna premia, dice: "Va bene, lui ha cominciato, lo mandiamo nei pianeti superiori a godere una vita paradisiaca per un cento periodo di tempo". Dopo rinasce in una famiglia aristocratica o di brahmana, una famiglia dove non debba avere troppi problemi di sopravvivenza, come è nato, ad esempio, Siddhanta Gosvami. Se uno nasce in un igloo e all'età di cinque anni deve procurarsi la foca da mordere per sopravvivere è oggettivamente una situazione più difficile o nasce in Biafra e rischia una cirrosi epatica quando ha due anni. Ecco, noi siamo tutti qui stasera perché abbiamo avuto una nascita, anche se non nelle famiglie più aristocratiche o famiglie brahminiche, però una nascita che ci ha permesso almeno di imparare a leggere e a scrivere, di dialogare, di interessarci perciò a certe forme di ricerca interiore per cui abbiamo la possibilità di riunirci qui a parlare; questo, dice Krishna, avviene per colui che agli albori della pratica devozionale cade, non c'è la fa', ma se uno è molto avanzato nella pratica yogica, nello sviluppo della sua coscienza, se questa persona cade, allora nasce in una famiglia di devoti e Krishna dice: "E tale nascita è molto rara, è molto rara ed è molto fortunata". Perché? Perché se uno nasce in una famiglia di devoti, fin dalla più tenera età può iniziare il processo del servizio devozionale e Prabhupada parla anche di se stesso e del suo maestro spirituale, dice che loro, entrambi, hanno avuto questa fortuna, sono nati in una famiglia di devoti dove fin da bambini si parlava di Krishna e s'indirizzava il bambino a servire Krishna. Il padre di Prabhupada pregava che lui fosse un servitore di Radharani, un devoto di Radharani fin da quando è nato; lo ha chiamato Abhay Charan De, colui che non ha paura perché ha preso rifugio ai piedi di Krishna.

I nostri genitori non si sognavano di dare un nome così neanche lontanamente. Allora, una nascita di questo genere è una grande fortuna, e questa nascita è appannaggio di coloro che hanno già fatto un grande avanzamento nella vita spirituale per cui non c'è tyaktva sva-dharmam caranambujam harer (S.B. 1.5.17) dice Krishna "Non c'è nessun pericolo per colui che s'impegna nel servizio devozionale". Cioè una persona che intraprende la via del servizio devozionale al Signore, non perde nulla anche se poi non ce la fa', non ha perso nulla, mentre chi svolge tutti i suoi doveri prescritti con diligenza, con perizia, ecc., ma non sviluppa una relazione con Dio, allora, non ha niente nella vita perché poi lascia il proprio corpo e ne prende un altro, per cui Krishna rassicura Arjuna, dirà nel prossimo verso che uno yogi è superiore a un karmi, a un jnani, karmi è una persona che agisce per avere il frutto delle proprie azioni; karma-yogi è una persona è una persona che agisce ancora, svolge delle attività ma vuole offrire i frutti dell'azione a Dio; questo è l'inizio della vita spirituale. Quando questa persona si è abituata a offrire i frutti dell'azione a Dio, sviluppa un po' di distacco e di conoscenza, allora diventa un jnani, quando lui usa questa conoscenza per cercare di conoscere Dio, si chiama jnana-yogi, quando questo jnana-yogi aggiunge un processo meditativo agli esercizi fisici (le posizioni, il controllo del respiro, ecc. che abbiamo detto prima) allora diventa uno astanga-yogi o hatha-yogi è superiore, però a questi tre stadi che sono come dei gradini su una scala, Krishna dice, c'è un gradino superiore che è la fine della scala, è quello del bhakti-yoga, dello yogi che è devoto, "Lui è superiore a tutti" dice Krishna. Infatti l'ultimo verso di questo capitolo è:

VERSO 47

yoginam api sarvesam
mad-gatenantaratmana
sraddhavan bhajate yo mam
sa me yuktatamo matah

Krishna dice: "Fra tutti gli yogi", cioè che sia uno che predilige il modo di offrire i risultati al Signore, uno che predilige il modo di usare la sua speculazione intellettuale per comprendere la natura del Signore, un altro che predilige la meditazione, la concentrazione, la contemplazione o esercizi fisici "fra tutti questi yogi, yoginam api sarvesam, fra tutti loro, mad-gatenantaratmana, colui che vede in Me il suo vero e unico rifugio e prende rifugio in Me completamente, sraddhavan bhajate yo mam, che è pienamente fiducioso nei Miei confronti cioè ha totale fede in Me, si abbandona completamente. Quella persona è il migliore tra gli yogi". Cioè il bhakta, il devoto è il migliore tra i migliori. Krishna qui chiarisce il traguardo dello yogi, cioè il prendere rifugio completamente in Lui. Questa è la conclusione di questo capitolo, cioè qui Krishna sta' svelando ad Arjuna: "Si, ti ho spiegato un metodo meccanico, è quello di prendere rifugio in Me, di diventare Mio devoto, per cui se tu diventi direttamente Mio devoto non hai bisogno di sottoporti a grandi austerità o situazioni meccaniche di progresso ma sviluppi con Me una relazione devozionale e in virtù di questa relazione devozionale tu avanzi, la tua mente viene automaticamente sotto controllo, Io ti do direzioni nella vita, ti aiuto a uscire dal labirinto delle perplessità materiali, ti do il distacco, questa pratica è molto migliore, la pratica della bhakti, perché ha a che fare con la tendenza naturale dell'anima che è quella di amare il Signore, non implica un'azione sulla propria mente, sui propri sensi, puoi continuare ad agire, puoi continuare a svolgere diverse attività, ma "fai di Me il tuo rifugio supremo, cioè abbandonati completamente a Me". Quella persona che fa così, ha capito cos'è lo yoga e Krishna ha detto che è il migliore tra gli yogi "la persona che è connessa a Me intimamente, più intimamente legata a Me". Perciò arriviamo alla conclusione. Krishna ha spiegato questo sistema più difficile jnana-yoga o astanga-yoga, l'ha spiegato per fare capire qual è la differenza tra il dedicarsi a un processo meccanico e invece dedicarsi a un processo devozionale diretto, di relazione diretta con Lui, perché per far capire quanto una cosa è valida, qualche volta bisogna fare dei paragoni, no?! Ti offro questa cosa qui, è ottima! Uno può non capire molto bene il perché. E' ottima perché paragonandola a quest'altra guarda quanto è meglio! Fai il paragone, e capisci la differenza. Il punto è che Krishna ha chiarito ad Arjuna la super-eccellenza del servizio devozionale, della pratica del bhakti-yoga e per farlo ha dovuto illustrare che cos'è un metodo meccanico. Questo è il sesto capitolo della Bhagavad-Gita. In riassunto brevissimamente, Krishna ha detto che: Non c'è differenza tra una persona che rinuncia e una persona che è attaccata a Lui perché se una persona vuole considerarsi veramente rinunciata deve essere attaccata a Lui e se una persona vuole veramente essere attaccata a Lui deve essere rinunciata, per cui è un sinonimo "rinuncia e attaccamento" al Signore: In più ha detto che è necessario controllare la mente e i sensi per poter essere veramente attaccati a Lui, perché quando uno controlla la mente e i sensi, entrano in contatto con l'Anima Suprema e ottiene la guida e la sicurezza necessaria per superare i dolori e la felicità materiali. Poi il Signore ha spiegato come controllare la mente e i sensi attraverso il sistema del jnana-yoga o astanga-yoga un metodo meccanico, ma ha anche chiarito che questo metodo ha come "essenza" quello di concentrarsi su di Lui. Qualcuno ce la fa' anche con questo metodo meccanico ma in questa età di Kali è molto, molto difficile, è un metodo difficile, ci sono molte austerità e l'essenza alla fine è la stessa, quella di concentrarsi su di Lui e sviluppare amore per Lui. Astanga significa concentrazione, meditazione e gli esercizi fisici tendono a dare direzione alla mente verso Krishna. Quando uno arriva a trovare Krishna, cosa fa? Deve sviluppare amore per Lui, devozione per Lui, per cui il fine è lo stesso. Chiarisce anche che cosa significa "vero yoga" cioè qual è la differenza tra uno yoga finto e uno yoga vero, su questo Prabhupada fa una spiegazione. Dopo Arjuna dice: "Si, però questo metodo che Tu mi insegni, mi sembra difficile da praticare, la mente è più difficile da controllare del vento". Krishna dice: "Si, ma fallo con la pratica e il distacco".

La pratica devozionale è la migliore, il canto del Santo Nome del Signore, il distacco viene automaticamente quando hai un certo gusto superiore. Arjuna poi chiede: "Cosa succede se intraprendo questo cammino e poi mi fermo a un certo punto?" Krishna risponde: "Se ti fermi agli albori, rinasci nei pianeti superiori e poi vieni di nuovo in una famiglia elevata materialmente che ti può dare la possibilità di continuare subito il tuo progresso devozionale; ma se eri molto avanzato spiritualmente vai in una famiglia di devoti e diventi subito attratto dalle cose devozionali". Il sintomo che uno era un devoto nelle vite precedenti è che appena sente parlare di Krishna o vede i devoti, è subito attratto, non è tanto attratto dai riti formali religiosi, no, le religioni costituite, ma è attratto subito dal principio dell'attaccamento al Signore che è l'essenza dello yoga, l'essenza della religione, che è il significato vero della religione, significa che nella vita precedente uno ha svolto servizio devozionale o di progresso yogico. Poi Krishna alla fine, dice che fra tutti i tipi di persone che ricercano il progresso spirituale: Karma-yogi, jnana-yogi, astanga-yogi, il bhakti-yogi cioè la persona che Lo ricerca attraverso una relazione di servizio devozionale e d'amore con Dio, quella persona è la più alta di tutte perché Krishna la considera intimamente legata a Lui perciò è il più protetto. Quando Krishna pensa: "Questa persona è intimamente legata a Me", allora sei protetto. Krishna non è un computer, ma è una Persona. Questo è il sesto capitolo della Bhagavad-Gita.

(S.G. Madhusevita Prabhu - Brescia 1991)

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