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Qualunque cosa tu faccia...
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qualunque cosa tu mangi, sacrifichi od offri in carita', come pure le austerita' che compi - offri tutto a Me, o figlio di Kunti. (B.G. - 9.27)
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Qualunque sia il metodo...
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adottato per servire Krishna, si deve rinunciare ai frutti del proprio lavoro cioe' si devono impiegare i risultati delle proprie attivita' (karma) per una buona causa. (Srila Prabhupada)
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Ogni uomo dovrebbe...
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dare in carità il 50% dei suoi guadagni al servizio di una buona causa e, secondo i testi sacri, questa causa è la Coscienza di Krishna. (Srila Prabhupada)
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Chiunque puo' sacrificare una...
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parte dei frutti delle sue azioni per la diffusione della Coscienza di Krishna; questo servizio volontario lo aiutera' a sviluppare il suo amore per Dio e raggiungere cosi' la perfezione. (Srila Prabhupada)
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VIII° CAPITOLO

Raggiungere il supremo

Continuiamo la serie di conferenze dopo l'interruzione estiva nella quale tutti avranno passato, spero, un periodo felice al mare o in montagna o a Brescia, ricordando Krishna. Allora nell'ottavo capitolo, Arjuna interpella Krishna e Gli chiede delle delucidazioni, dei chiarimenti su ciò che ha spiegato in precedenza nel settimo capitolo e più precisamente Gli chiede una spiegazione su ciò che è il Brahman, Krishna aveva parlato dell'essere vivente il Brahman; Gli chiede che cos'è il sé, cioè che cos'è l'atma, jivatma; poi Gli chiede che cos'è l'adhibhutam e la adhidaivatam, cioè l'adhibhutam è la manifestazione cosmica e l'adhidaivatam sono gli esseri celesti; chiede anche chi è lo adhiyajnah il Beneficiario dei sacrifici e come si può pensare a Krishna nel momento della morte. Queste sono le  sette domande che fa Arjuna:

1) cos'è il Brahman
2) cos'è la jivatma, l'essere vivente
3) cos'è il karma
4) cos'è l'adhibhutam, la manifestazione cosmica, la natura materiale
5) cos'è l'adhidaivatam, sono gli esseri celesti
6) chi è il Signore Supremo, l'adhyajnah
7) a chi bisogna pensare al momento della morte e come bisogna pensare a Krishna se è a Lui che bisogna pensare al momento della morte.


Krishna risponde a queste domande dicendo che l'essere vivente, indistruttibile, eterno, trascendentale, si chiama "brahman". Brahman è l'essere vivente, la vita praticamente. L'essere vivente e la sua natura eterna è detta "atma" o il "sé" cioè l'essere vivente ha un senso di "identità". Il Brahman sente di essere "io sono". "Karma", dice Krishna, è quell'agglomerato di attività che ti fa prendere un altro corpo, che ti fa prendere i diversi corpi materiali in questo mondo, questa è la Sua definizione del karma: quell'insieme di attività che ti fanno prendere differenti corpi in questo mondo materiale. La "adhibhutam" è la manifestazione totale dell'energia materiale, dice il Signore, la manifestazione cosmica, adhibhutam, significa che la natura materiale manifesta diverse forme. "Adhidaivatam" sono gli esseri celesti, il Signore dice che la forma totale che include tutti gli esseri celesti di Visnu, di Krishna manifestati in questo mondo si chiama adhidaivatam. Coloro che non riescono, infatti, a conoscere il Signore nella Sua forma personale, generalmente meditano su questa adhidaivatam, meditano su questa grande forma chiamata anche "visva-rupa" che è il Signore di tutti i deva, Lo vedono come un grande essere nel quale esistono tutti gli esseri celesti, gli esseri viventi, ecc.... L'insieme della manifestazione. "Adhiyajnah", Krishna risponde, è il Signore che vive con te nel cuore, insieme a te "anima" nel cuore, quello è adhiyajnah "sono Io nel cuore". Paramatma praticamente, il Signore che accompagna l'anima nel cuore. Dopo Krishna dice che al momento della morte, bisogna pensare a Lui, e glielo spiega perché bisogna pensare a Lui, gli dice... versi molto importanti:

VERSO 5

anta-kale ca mam eva
smaran muktva kalevaram
yah prayati sa mad-bhavam
yati nasty atra samsayah

"Se tu pensi a Me al momento della morte, indubbiamente, atra samsayah, senza dubbio, tu tornerai a Me" dice Krishna. Importante! Il momento della morte, è un momento molto importante, infatti questo capitolo si chiama "Raggiungere il Supremo", e il momento della morte è il momento più importante per raggiungere il Supremo, perché è il test finale è la prova finale di come abbiamo vissuto la nostra vita, la nostra esistenza, cosa abbiamo fatto. Al momento della morte, non si può bluffare, non si può far finta di essere più attaccati a una cosa piuttosto che a un'altra, cioè i nostri veri, reali attaccamenti, la nostra situazione di coscienza, le nostre abitudini, si manifesteranno in modo prorompente e subitaneo perché il momento della morte è il "momento" della morte praticamente. Certo ci sono dei periodi prima della morte ma alla fine si giunge proprio al momento in cui si lascia il corpo, perciò tutto l'agglomerato di pensieri, sentimenti, emozioni, attaccamenti, abitudini, ecc. Si concentra in quel punto, si concentra, e uno deve essere ben sicuro di avere come attaccamento principale i piedi di loto di Krishna, come abitudine anche, quella di pensare a Krishna, di dedicare la propria mente a Krishna. Per questo, il modo migliore per arrivare al momento della morte con relativa tranquillità direi, più che relativa, con una certezza che la nostra mente si volga verso Krishna è quello di cantare tutta la vita Hare Krishna, almeno il minimo numero di giri e dedicarsi al servizio devozionale, ma specialmente cantare Hare Krishna.

 
Se una persona canta Hare Krishna, la mente naturalmente si abitua al mantra, infatti molti di voi avranno sperimentato che in momento difficile, in un momento di pericolo, non so, se la macchina sbanda, anche George Harrison aveva detto una volta, insieme a Peter Sellers un attore famoso, erano sull'aereo e l'aereo aveva dei vuoti d'aria per una situazione difficile, una burrasca e allora l'aereo ha cominciato a saltare su e giù, era una posizione molto pericolosa, allora loro entrambi si sono messi a cantare Hare Krishna perché avevano l'abitudine di cantare un po'. Figuriamoci se uno canta tutta la vita il minimo di giri di maha-mantra, sarà abbastanza normale che in situazioni difficili o di pericolo o di spavento dica: Hare Krishna, Hare Krishna, venga spontaneo cantare il mantra. Quando vedi un pericolo che si avvicina, subito canti, prendi rifugio in Krishna, perciò, cantare il maha-mantra, specialmente cantarlo in modo regolare e secondo i dettami lasciatici dagli acarya, dai maestri spirituali precedenti, è un modo molto sicuro di riuscire a pensare a Krishna nel momento della morte, inoltre Krishna è soddisfatto di chi tenta di ricordarLo costantemente cantando il Suo nome. Il canto del Santo Nome del Signore è il metodo per questa età di Kali, per unirsi a Krishna in uno spirito di devozione, Krishna sicuramente non è indifferente agli sforzi che una persona fa nell'adeguarsi alle Sue richieste per l'avanzamento spirituale, perciò questo è un metodo abbastanza sicuro. Certo, ci sono persone, gli impersonalisti, che pensano di essere loro il Brahman Assoluto ecc. Per loro morire in un certo modo o morire in un altro, potrebbe essere lo stesso, ma in effetti sono anche loro preoccupati della morte. Se fossero veri impersonalisti, non avrebbero differenza fra il vivere o il morire, eppure sono preoccupati della morte, comunque Krishna dice questo, di stare molto attenti, infatti il verso seguente:

VERSO 6

yam yam vapi smaran bhavam
tyajaty ante kalevaram
tam tam evaiti kaunteya
sada tad-bhava-bhavitah

"...perché altrimenti se non ricordi Me.." dice Krishna, "..qualsiasi cosa tu ricordi al momento della morte, questo stato sarà la tua condizione futura". "Se ricordi Me" dice Krishna "ritorni a Me, Io so la realtà assoluta, eterna e immutabile, la Personalità Suprema dell'essere, se tu torni a Me torni alla realtà, torni perciò alla tua reale identità, torni alla tua vera personalità, se invece ricordi qualcos'altro che non è la Realtà Assoluta tu non troverai te stesso ma troverai una nuova condizione irreale". Questo è il punto. Questa condizione futura sarà determinata dai tuoi attaccamenti materiali, dai tuoi pensieri, dalle tue abitudini, ecc.. E' molto importante perciò fare una pratica spirituale, certo Krishna è molto gentile, anche se uno canta Hare Krishna saltuariamente, si dedica alla coscienza di Krishna così, certo non dimentica il Suo devoto perché considera tutti devoti, però se vede un sforzo sistematico cioè organizzato, sicuramente trova in questo, motivo di maggiore compassione verso quel devoto. Krishna dice, in un altro punto della Bhagavad-Gita, che Lui reciproca in accordo agli sforzi che una persona fa nell'amarlo, questo è vero anche al momento della morte. Uno capirà quanto ha fatto per Krishna al momento della morte perché quanto ha fatto per Krishna si manifesterà nella forma di attaccamento per il Signore e ricordo del Signore. Krishna sta spiegando qui come raggiungere il Supremo, come raggiungerLo. "Cerca di raggiungerMi al momento della morte, sii preparato, fa in modo che la tua mente sia attratta a Me e che i tuoi pensieri vengano a Me".


Poi Krishna continua a illustrare in questo capitolo, gli yogi come fanno a tornare a Lui, parla anche degli yogi che cantano la sillaba "om" . Alcuni ce l'hanno tatuata sul braccio, è molto confusa la situazione di questo "om" nell'Occidente. La vibrazione sonora "om" è la rappresentazione impersonale di Dio, questa vibrazione è contenuta nel maha-mantra Hare Krishna. Il Maha-mantra Hare Krishna è la rappresentazione sonora personale di Dio, Hare, Krishna e Rama sono nomi che non sono differenti dalla Personalità di Dio, mentre "om" è la manifestazione impersonale in forma sonora del Signore. Ci sono grandi saggi che dicono questa parola "om" e si trasferiscono nel Brahman impersonale, si trasferiscono nell'aspetto impersonale di Dio, però Krishna continua a spiegare in questo capitolo, sempre in questa fase, che anche se appunto una gran parte di yogi, di saggi, ecc., dedicano la loro vita alla coltivazione della conoscenza dell'aspetto impersonale di Dio, non è quello l'aspetto più rilevante. Krishna dice, spiega, che non c'è un luogo dove saggi, devoti che hanno conoscenza di Lui come Persona, arrivano e poi non tornano più indietro.

VERSO 15

mam upetya punar janma
duhkhalayam asasvatam
napnuvanti mahatmanah
samsiddhim paramam gatah

Coloro che lasciano questo mondo di miserie, duhkhalayam asasvatam, è un posto miserabile, duhkhalayam asasvatam, temporaneo, duhkhalayam, è un posto di duhkha, di sofferenze. Queste persone, vengono a Me e non tornano più indietro, samsiddhim paramam gatah, raggiungono la destinazione suprema. Questa gente non torna più indietro, dice Krishna, naturalmente il non tornare più indietro è una condizione molto felice, è ritornare con Krishna, invece questo posto, adesso lo descrive nel verso seguente:

VERSO 16

abrahma-bhuvanal lokah
punar avartino 'rjuna
mam upetya tu kaunteya
punar janma na vidyate

Qui è dappertutto miseria, in questo universo materiale non c'è luogo dove uno possa trovare un luogo felice in questo mondo. Alcuni pensano che: "se vado nei pianeti superiori, prendo un corpo migliore che dura migliaia e migliaia di anni, un corpo materiale che non invecchia e in una situazione molto più felice". Alcuni pensano che saranno soddisfatti, che questo porterà loro un tale giovamento da giustificare gli sforzi in questo mondo materiale, ma Krishna dice: "E' miseria dappertutto" perché? Perché c'è nascita e morte. Dove c'è nascita e morte, non ci può essere felicità, l'anima ha bisogno di una condizione dove non esistono nascita e morte, questo è ciò di cui ha bisogno l'anima. Nel momento in cui ci sono nascita e morte non è possibile essere felici, perciò Krishna sta dicendo in questo capitolo: abrahma-bhuvanal lokah, "non tentare di rimanere qui, cerca di raggiungere Me". Poi continua a spiegare ad Arjuna come questo mondo materiale sia vasto, immenso, i tempi siano lunghissimi e di condizionamento e gli dice, Krishna dice, fa un calcolo proprio, fa un calcolo ad Arjuna e gli dice che questo mondo viene creato e distrutto continuamente, ciclicamente, che questa creazione e distruzione è subordinata al giorno e alla notte di Brahma, il creatore dell'universo. Il tempo viene diviso in kalpa. Ogni giorno di Brahma è un kalpa. Kalpa sono mille cicli di quattro ere. Le quattro ere sono: satya, tetra, dvapara e kali; la prima è di 1.728.000 anni, la seconda è di 1.296.000 anni, la terza è di 864.000 anni, e la quarta "kali" che è l'ultima è di 432.000 anni. Queste quattro ere sommate fanno una cifra di 4.320.000 e moltiplicato per mille fanno un giorno di Brahma. Altrettanto lunga è una notte, poi c'è un mese di Brahma, 30 giorni in un mese, 360 in un anno, lui vive cento anni, vive un numero megagalattico, un numero iperbolico, strabiliante, lui vive questa vita e durante questo periodo ci sono miriadi di esseri.

 

Figuriamoci, noi viviamo soltanto 89-90 anni secondo il nostro calcolo, se ci arriviamo, pochissimo. Noi viviamo in un millesimo di un kalpa, il tempo di vita di un corpo umano è insignificante paragonato alla vita di Brahma, veramente si perde nell'eternità. Krishna dice che ci sono tanti Brahma perché ci sono tanti universi, tantissimi universi e in ogni universo c'è un Brahma. Gli universi sono in numero incalcolabile, sono come bollicine nell'oceano e in ogni bollicina c'è un Brahma. Prabhupada spiega: "e questo oceano è la traspirazione di Dio, di Maha Visnu, la persona Suprema che manifesta questo oceano Karana, l'acqua della prima causa, e tutti gli universi riposano in questo". Anche se solo vediamo il nostro universo, quanto è distante una galassia, sono distanze praticamente incalcolabili, incalcolabili. Il punto è che Krishna è molto grande e lo sta spiegando ad Arjuna, gli dice: Io sono al di là di tutto questo". Infatti poi gli spiegherà che esiste un mondo al di là di questo mondo di Brahma, bhutva bhutva praliyate, dove tutti vengono distrutti e nascono nuovamente. Krishna spiega che durante il giorno questa massa di esseri, massa illimitata di esseri viventi, si sveglia e quando viene la notte di Brahma sono, sono inevitabilmente dissolti, distrutti, questi esseri, e poi c'è di nuovo il giorno di Brahma e si manifestano di nuovo, poi di nuovo c'è la distruzione, la devastazione e questo va avanti continuamente, continuamente. Di nuovo gli esseri si svegliano, di nuovo vengono dissolti, è una situazione molto difficile, eh!? Però poi, dopo indica ad Arjuna che esiste un mondo superiore al quale si può arrivare:

VERSO 20

paras tasmat tu bhavo 'nyo
'vyakto 'vyaktat sanatanah
yah sa sarvesu bhutesu
nasyatsu na vinasyati

E' eterno, che è al di là di ciò che è manifesto e non manifesto. E' al di là, e coloro che, vyaktat sanatanah, e coloro che ci arrivano non torneranno mai più indietro, e questo mondo non è distrutto, questo è il punto, nasyatsu na vinasyati, dice Krishna, non è distrutto quando il mondo materiale è distrutto. Figuriamoci di vedere tutta Brescia completamente dissolta, l'Italia dissolta, il pianeta Terra dissolto, il sole dissolto, tutto dissolto, cioè noi, praticamente non rimane più niente, ma esiste un mondo che è molto più grande di tutti gli universi materiali messi insieme, che non è mai dissolto, questo è il regno di Dio, quello è eterno dice Krishna, sanatanah, è eterno, è immutabile, cioè non c'è mai creazione, non c'è mai distruzione in questo mondo, tad dhama paramam mama, cioè "quello li è il Mio dhama" e bisogna appunto raggiungerlo. Come abbiamo detto, ci sono yogi che non seguono esattamente i principi della bhakti, i principi devozionali, Krishna lo spiega ad Arjuna come fanno; devono lasciare il corpo durante un semestre piuttosto che un altro, altrimenti non raggiungono la destinazione voluta. Per esempio se lasciano il corpo quando il sole è a settentrione e la luna è crescente, così loro vanno e vanno nel Brahman impersonale, trascendono nei limiti della natura materiale, invece quando il sole è a meridione, la luna è calante e lasciano il corpo di notte, allora vanno sui pianeti celesti però sono forzati a tornare qui. Grossa fatica! Krishna sta indicando ad Arjuna che è una grossa fatica, un grosso grattacapo mettersi lì, a far dello yoga per poi dopo tanti anni, decine, centinaia, anche migliaia di anni certi yogi, per andare su un pianeta, stare qualche decina di migliaia di anni, poi scendere giù, ritornare, sempre nascita, morte, nascita-morte, un problema. Krishna, sta indicando ad Arjuna che in effetti il servizio devozionale puro, è la cosa migliore, questo è quello che sta indicando, che per raggiungere Lui, se uno si concentra in uno spirito di servizio devozionale puro, raggiunge la destinazione suprema. Infatti nell'ultima parte, Krishna spiegherà ad Arjuna che se lui si dedica al servizio devozionale, non perde niente.

VERSO 28

vedesu yajnesu tapahsu caiva
danesu yat punya-phalam pradistam
atyeti tat sarvam idam viditva
yogi param sthanam upaiti cadyam

Vedesu è la conoscenza, yajnesu è il sacrificio, frutto della conoscenza e dei sacrifici, tapahsu, dell'austerità, danesu della carità, ecc., karma-phalam, i frutti dell'azione. Niente, non perde niente! Generalmente una persona all'inizio della sua vita, fa una vita di rinuncia secondo lo schema vedico. E' una vita tutta programmata, fa il brahmacari, va a studiare il Brahman, è celibe, fa tante rinunce per capire cos'è la natura spirituale cioè l'aspetto impersonale, generalmente nella gurukula viene spiegato l'aspetto impersonale di Dio, la natura spirituale opposta alla natura materiale, la differenza esistente con la natura materiale, poi uno andava nella vita di grihasta, si sposava, poi dopo prendeva vanaprastha, poi dopo rinuncia, sannyasi e cercava in questo modo di proiettarsi nell'aspetto impersonale di Dio, questo è quello che la maggior parte delle persone faceva, ma Krishna sta indicando ad Arjuna in effetti che: "se tu ti concentri su Me in servizio devozionale, puoi saltare tutto questo, puoi evitare di essere soggetto a questo percorso difficile, tortuoso e pieno di difficoltà, lo puoi evitare, basta che ti concentri su di Me e al momento della morte pensi a Me". Questo è quello che gli sta indicando. Infatti Prabhupada nell'ultima spiegazione di questo capitolo dice che uno dovrebbe ascoltare questo capitolo, non solo questo, dal settimo al dodicesimo, in compagnia puri devoti, perché questi possono svelare il significato reale della parola di Dio, di Krishna, cioè l'intendimento del Signore, quello che Lui in effetti vuole comunicare. Questi capitoli sono i sei capitoli centrali della Bhagavad-Gita. Krishna vuol comunicare che il servizio devozionale a Lui, può dare il massimo giovamento, il massimo beneficio all'anima e che è l'essenza della Bhagavad-Gita, il significato reale e profondo della Bhagavad-Gita, cioè unirsi in uno spirito di devozione al Signore, attaccarsi a Lui in spirito di devozione. Altrimenti, uno legge la Bhagavad-Gita e poi dice: "o.k., adesso mi metto a recitare "om"! Adesso lascio il corpo nella luna calante o nella luna crescente o quando il sole è a settentrione", cioè, si può diventare attaccati a tanti aspetti che sono, si nella direzione giusta che va verso Krishna, ma sono difficilmente attuabili nell'età di Kali. Figuriamoci, se uno deve diventare uno yogi che poteva lasciare il corpo a comando, aveva una capacità di comandare e di dire: "o.k. adesso lascio il corpo!". Grandi yogi, grandi saggi, lo facevano, anche Bhismadeva o altri volevano lasciare il corpo "o.k. adesso lo lascio!" e lo lasciavano. Bhismadeva, sul campo di battaglia, era pieno di frecce, l'avevano trafitto era su un letto di frecce eppure non aveva lasciato il corpo, aveva detto: "non è il momento. Aspetto il momento giusto per lasciare il corpo". Ma chi può permettersi una pratica tale di controllare la propria morte? Insomma, diventa molto difficile! Per poi magari sbagliare e andare in un posto dove devi tornare indietro, e non finisci il ciclo di nascite e morti. E' più logico, è più semplice anche attaccarsi ai piedi di loto del Signore. Questo è il vero yoga. I piedi di loto del Signore, sono l'origine delle austerità, di tutti i sacrifici, di tutto lo spirito di carità che si può possedere, tutta la conoscenza, ecc. Per cui attaccandosi a Lui in servizio devozionale uno ottiene il fine che si prefigge, però uno deve capirlo in associazione, in compagnia di coloro che hanno fatto una scelta di vita in questo senso, per cui l'insegnamento di questo capitolo è che uno dovrebbe diventare un puro devoto, cioè dovrebbe impostare la propria vita per conseguire la perfezione nella pura devozione e prepararsi al momento della morte cantando Hare Krishna e vivendo in compagnia dei devoti. Cantare Hare Krishna in compagnia dei devoti, questo è l'insegnamento di questo capitolo. Bisogna aprire un ufficio consulenze. Pronto intervento con devoti, con karatala, mrdanga, cioè una specie di ambulanza spirituale, quando uno si sente prendere dalla morte, arrivano i devoti, cantano Hare Krishna, portano un po' di incenso offerto al Signore, portano l'immagine di Krishna, un po' di carana-amrita del tempio e aiutano a fare il trapasso felicemente.

Studio sulla Bhagavad-gita


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Capitolo 13

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