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Offendere i Devoti

di Mahatman Das

Traduzione di Gandharvika devi dasi - Adattamento di Anandini devi dasi

Il sadhu-sanga è fatto per ispirarci e a meno di essere in una posizione che ci impone il dovere di correggere e rettificare comportamenti sbagliati, dobbiamo evitare di concentrarci sui difetti degli altri. Saubhari Muni abbandonò una pratica yogica di migliaia di anni a causa di un’offesa a Garuda e si indebolì al punto di cadere solo per aver visto due pesci che si accoppiavano. Dobbiamo sempre ricordare che dipendiamo dalla misericordia dei vaisnava e se ne offendiamo uno perdiamo la misericordia.

Srila Prabhupada:

Il servizio devozionale che svolgiamo è come un conto in banca, che rimane lì dov’è, ma se facciamo offese, per qualche tempo non potremo più accedervi”. Questo significa che quando commettiamo vaisnava-aparadha non possiamo accedere al nostro deposito spirituale.


Sri Caitanya:

Coloro che Mi adorano direttamente, ma trascurano i Miei devoti, sono nell’illusione e Mi causano sofferenza. Le loro offerte di servizio sono come tizzoni ardenti sul Mio corpo. Chi critica e offende i Miei devoti sarà distrutto dal canto del Mio Nome. Smettete di criticare i vaisnava e prendete rifugio nel Mio Nome.


Anche se adoriamo il Signore per milioni di vite, se continuiamo ad offendere i devoti non potremo accedere alla Sua misericordia.

Qual è la causa della tendenza ad offendere?

La risposta a questa domanda è nelle parole di Srila Bhaktisiddhanta:

A meno di essere pronti ad affrontare i nostri difetti, saremo sempre inclini a criticare gli altri.

Cosa significa?

Significa che nel momento della critica non stiamo vedendo i nostri difetti. Umiltà significa che sono cosciente di quello che non va in me e che ci lavoro per migliorarmi; è sempre più facile notare i lati bui negli altri che in noi stessi.

Srila Bhaktisiddhanta:

Non permettete ai difetti degli altri di disturbarvi.


Non dobbiamo mai permettere a noi stessi di essere più concentrati sugli altri che sulla nostra purificazione; che cos’è più benefico per la mia vita spirituale, vedere come posso migliorare o vedere come qualcun altro può migliorare? Affrontare i miei difetti o continuare a criticare i difetti di qualcun altro? Vogliamo apprezzare e rispettare i vaisnava; a volte dobbiamo farlo mantenendo la distanza, ma solo perché in questo modo possiamo conservare apprezzamento e rispetto. L’offesa avviene per mancanza di affetto, altrimenti non avviene: senza affetto e rispetto è molto facile commettere offese.

Se siamo concentrati su come migliorare noi stessi, Krishna ci darà l’intelligenza per confrontarci con i nostri problemi; se cantiamo il Santo Nome davvero bene, vi garantisco che prendiamo coscienza dei nostri difetti. Se è sbagliato criticare inutilmente i non devoti, figuriamoci i devoti! Una volta alcuni devoti predicavano a scienziati e docenti universitari e parlando con Prabhupada gli dissero: “Queste persone sono così orgogliose che è moto difficile predicare loro la coscienza di Krishna”.

Srila Prabhupada rispose:

Meritano di essere orgogliose a causa di quello che hanno fatto nel passato.

Srila Prabhupada dice che dobbiamo rispettare persino il sannyasa asrama dei mayavadi. È ovvio che offendere un devoto neofita non è grave quanto offendere un devoto avanzato; è chiaro ed è scritto che i nostri superiori sono adorabili come Dio, è altresì chiaro che non possiamo essere del tutto rispettosi dei nostri superiori e del tutto irrispettosi dei nostri inferiori. Questo lo fanno alcuni materialisti. Krishna può cambiare la nostra mente e il nostro cuore, ma se non vogliamo lavorare su noi stessi, possiamo restare fermi dove siamo e come siamo per anni.

Srila Bhaktisiddhanta:

Il nostro dovere reale è esaminare noi stessi, non gli altri.

Se il nostro servizio non è esaminare gli altri, non dobbiamo farlo e se lo facciamo ugualmente è perché abbiamo paura di esaminare noi stessi. D’altra parte, a meno che realizziamo di avere un problema, non lo risolveremo mai. Visvanatha Cakravarti Thakura spiega che tutta la sofferenza di un devoto deriva dalle offese ai devoti. Quando ci ritroviamo con delle difficoltà nella nostra vita spirituale, la prima cosa che dobbiamo chiederci è: “Ho offeso qualche devoto?” Ogni devoto è degno del nostro affetto anche se non ci piace qualcosa che dice o fa; per il solo fatto che è impegnato nella coscienza di Krishna è degno di rispetto e apprezzamento. Il solo fatto che ci prova deve suscitare in noi l’attitudine che ci impedisce di offenderlo. Dobbiamo addirittura pregare per i devoti che non si comportano bene, affinché diventino coscienti di Krishna; preghiamo per loro come preghiamo per noi stessi.

A volte, tendiamo a sminuire gli altri per emergere e spesso i nostri sentimenti ci conducono nella direzione sbagliata e dobbiamo correggerli. Vi racconto una storia. Un insegnante fece trasportare ai suoi studenti delle patate e su ognuna di esse ogni studente doveva scrivere il nome di una persona verso la quale nutriva un sentimento negativo. L’insegnante volle che tenessero addosso le patate ventiquattro ore su ventiquattro per una settimana. Allora gli studenti chiesero: “Dobbiamo portarci addosso tutto questo peso?"

Questa storia ci mostra che l’odio, l’invidia e la gelosia sono pesi di cui dobbiamo liberarci. Se non abbiamo l’attitudine giusta, dobbiamo crearla, evocarla, praticarla. Possiamo rispettare alcune persone da lontano e non per forza relazionare con loro, ma almeno possiamo apprezzarle perché Krishna è nel loro cuore e perché stanno cercando di essere devoti. A volte, la sola cosa che possiamo fare è pregare e altre volte dobbiamo solo inginocchiarci chiedendo a Krishna di aiutarci ad avere rispetto. Essere miti e umili non significa permettere a qualcuno di farci del male; è nostro diritto e nostro dovere stabilire i limiti entro i quali gli altri possono relazionarsi a noi. Umile non significa debole, significa che conosciamo la nostra posizione rispetto a Krishna. Mi può succedere di non apprezzare il cattivo comportamento di un devoto, ma posso sempre rispettare il suo sforzo di essere devoto.

Srila Prabhupada dice:

Guarda con un occhio buono e con uno cattivo.

Dobbiamo essere pratici, non vogliamo ignorare ciò che è cattivo e possiamo dover decidere che non vogliamo e non possiamo stare vicini a una particolare persona, perché siamo in un momento della nostra vita in cui rischiamo di diventare offensivi. Tirarci fuori da certe compagnie è salutare quando rischiamo di commettere offese; tenere le distanze è una protezione. Si tratta di fare la cosa giusta al di là del torto o della ragione. Non vogliamo continuare a infangarci con le offese per poi pulire il fango col canto del Santo Nome; vogliamo smettere e per farlo dobbiamo prendere le misure necessarie.

Quando ci riesce difficile non fare offese, cadiamo in ginocchio e preghiamo intensamente Krishna; dovremmo essere così arresi in ogni momento. Talvolta Krishna ci mette nella condizione di dover avere più fiducia in Lui e la fa per portarci più vicini a Lui. Quando vede che non siamo in buona coscienza fa in modo di renderci più seri e più dipendenti. Allora noi dobbiamo chiederGli: “Che cosa devo imparare?” E con fede attendiamo che Krishna attui il Suo piano per noi. La giusta attitudine è procedere con fede dipendendo da Krishna e confidandoGli i nostri desideri dicendo: “Se così desideri che sia.”

È la fede del brahmana, è il livello brahminico della fede, facciamo lo sforzo e Krishna reciproca. Se dipendiamo da Krishna, le paure, le ansie e le preoccupazioni svaniscono. Krishna Si prende cura di noi; Sri Balarama ci può dare una forza inconcepibile. Se una persona è sempre invidiosa dei devoti e li critica, questo ferisce Krishna, che allora la allontana da Sé. Non si tratta di aver paura delle reazioni karmiche (questa è la visione negativa del senso di colpa), ma di capire che Krishna ama i Suoi devoti e li difende (questa è la visione positiva della bhakti).

Aparadha significa separarsi da Radha, perché tutto il servizio di devozione viene da Radha; il servizio di Radha è il traguardo del vaisnava. La negatività di ogni genere disturba la nostra relazione con Krishna, la nostra pace mentale, la nostra capacità di servirLo. Per Krishna è importante il modo in cui noi relazioniamo sia con i devoti che con i non devoti. Un devoto orgoglioso non piace a Krishna e neanche a noi; Krishna non vuole la nostra compagnia se offendiamo le persone che Gli sono care e neanche noi la vogliamo, vogliamo stare lontani da chi offende i nostri cari.

C’è un libro che si intitola “Comunicazione non violenta”.  Questo è il tipo di comunicazione che dobbiamo esercitare, dobbiamo pregare per l’avanzamento spirituale e la maturazione di chi si comporta male. Questo è molto positivo e ci fa sentire bene, ci fa vedere con distacco il comportamento negativo dell’altro. È il distacco che ci aiuta a pregare per l’altro e ad amarlo abbastanza da desiderare il suo bene più alto al di là del nostro egoismo. Siamo consapevoli che il suo cattivo comportamento sarà corretto soltanto così. È una meditazione positiva come quella di Prahlada Maharaja. È Krishna che deve correggere, non noi, noi dobbiamo pregare.

La distribuzione dei libri insegna molto a questo riguardo: se non ci lasciamo disturbare da chi ci tratta male, quando incontreremo chi ci tratta bene non saremo disturbati e potremo relazionare bene con quella persona gentile, che prenderà i libri. Non dobbiamo sentirci feriti per noi stessi, ma per chi si comporta male, perché sta facendo male a se stesso. Chi si comporta male sta lottando nei guna bassi, ne è travolto e stravolto.

Pregare per una persona dalla mentalità demoniaca è benefico per noi e ci pone su un piano in cui non possiamo essere colpiti personalmente. Krishna Se la vedrà con il demone nel modo che riterrà più opportuno; il predicatore ha questa attitudine. È naturale e doveroso distinguere tra deva e demoni, tra ciò che fa un devoto e ciò che fa un non devoto, ma bisogna essere predicatori e capire che si può valutare il comportamento sbagliato, non la persona, la parte di Dio, l’anima che dobbiamo sempre rispettare. Distinguiamo il peccato dal peccatore.

Ci sono persino dei non devoti da cui possiamo imparare

Siamo più attaccati alla nostra relazione con Krishna o alla punizione che vogliamo infliggere a una povera anima caduta a causa del nostro risentimento? C’è un servizio esterno e c’è un servizio interno e vanno armonizzati per la trasformazione effettiva del cuore. Se siamo assorti nel servizio esterno e internamente non cambiamo mai, è perché non ci lavoriamo e non cantiamo con il cuore. Possiamo praticare la trasformazione del nostro modo di pensare e di vedere.

Jana-aparadha, offendere le persone in generale, è una tendenza che si infiltra nel mondo devozionale e provoca vaisnava-aparadha. Ogni offesa ha un effetto inquinante sulla coscienza e ci allontana dall’amore per Krishna, perché amare Krishna significa rispettare gli altri. Allora, come spieghiamo il fatto che nei suoi libri Srila Prabhupada critica i non devoti?

Se è per questo, critica anche alcuni spiritualisti, ma deve farlo per distinguere il puro servizio devozionale da tutto il resto e definire le conseguenze di ogni mentalità. Non si compiace nel farlo, lo fa per servizio, per educare e aiutare. Il suo è uno studio analitico dei diversi stati di coscienza. Pur rispettando ogni persona, Srila Prabhupada critica la mentalità materialistica e l’impersonalismo: è l’esempio perfetto dell’amore per il peccatore e del disprezzo per le sue opere. Srila Prabhupada non è neanche sfiorato dal pensiero di essere migliore di qualcun altro e ci insegna che non dobbiamo mai puntare il dito contro nessuno con un senso di superiorità. Dobbiamo avere pietà, dobbiamo cercare di elevare la nostra coscienza oltre l’abitudine meschina di criticare inutilmente o addirittura malignamente.

A volte succede di criticare per non ammettere che alcune persone sono migliori di noi. Se abbiamo la coscienza bassa e non siamo sinceri nel volerci purificare, ciò che faremo sarà tentare di screditare chi è migliore di noi. Circa un anno e mezzo fa la mia coscienza andò molto giù dopo un periodo in cui, in seguito all’organizzazione di vari seminari e incontri di japa, era andata molto su. Sentii come una debolezza che mi dominava e non sapevo a che cosa fosse dovuta, dato che il mio sadhana e l’impegno nel servizio erano gli stessi di sempre. Ci può accadere di sentirci affondare in maya in un modo potente senza alcuna ragione apparente; i desideri materiali si possono rafforzare nel nostro cuore.

Iniziai a cercare la causa del mio disagio e mi resi conto che tutto risaliva a quando avevo cominciato a sentirmi assillato da certi aspetti della leadership Iskcon, che secondo me danneggiavano il Movimento. Non pensavo di essere offensivo, credevo solo di individuare i problemi per definirne le soluzioni. Srila Prabhupada dice che scrivere purifica, per questa ragione scrissi un articolo, ma invece di sentirmi rasserenato e purificato, la mia coscienza precipitò nel fango e il giorno dopo il mio japa fu terribile. I giorni che seguirono si rivelarono molto difficili; non avevo voglia di cantare, non riuscivo a concentrarmi. Ero il japa-man degli incontri di japa e all’improvviso il japa-man non voleva cantare il japa. Il punto era che il mio articolo era stato motivato dall’invidia e avevo offeso dei grandi devoti senza esserne consapevole: la mia motivazione era offensiva. Fu allora che mi successe una cosa sorprendente.

Mentre cantavo i miei giri al mattino presto, la mia mente si diresse verso luoghi davvero oscuri, pensieri che molto raramente mi si presentavano. Mi spaventai e non potei che prendere atto di questa caduta di coscienza. La forza di gravità mi attirava prepotentemente in maya e non avevo il potere di cambiare le cose; era come se non potessi scegliere di cambiare il pensiero negativo in un pensiero positivo. In quel momento qualcosa apparve con insistenza nella mia mente: “Non realizzi che nell’articolo hai offeso i devoti? È perché sei invidioso di loro”. La mia reazione immediata fu una richiesta di perdono per quelle offese, come raccomanda Srila Bhaktivinoda.

I devoti che avevo offeso erano sparsi per il mondo, pertanto, mentalmente chiesi loro di perdonarmi e chiesi perdono a Krishna per aver offeso i Suoi devoti. I devoti non potevano sentirmi e per fortuna non sapevano niente delle mie offese, perché non avevo inviato l’articolo a nessuno; in realtà, quando lo scrissi avevo dei dubbi sui suoi contenuti. Nel momento stesso che chiesi perdono iniziai ad apprezzare il servizio dei leader che avevo criticato e quello che successe subito dopo ha dell’incredibile: i pensieri bui scomparvero dalla mia mente alla stessa velocità con cui erano apparsi e potei di nuovo cantare e ascoltare il Santo Nome con attenzione e devozione, una cosa che non ero riuscito a fare per settimane. Questa è stata la misericordia di Krishna, un’esperienza grafica di quanto è importante essere affezionati ai devoti.

Quando facciamo offese Krsna può anche permetterci di continuare a fare servizio, ma ce lo lascerà fare senza avanzamento spirituale finché non smetteremo di offendere i devoti. L’amore per Krsna non si manifesterà e si rimarrà sul piano neofita. Krsna può permettere il servizio con offese, ma non darà la bhakti e se vuole, può anche rimuovere dal servizio. Lo Srimad-Bhagavatam dice: “Puoi anche piangere quando canti il Santo Nome, ma il tuo cuore può restare duro a causa delle offese.” Il fine della bhakti è il cuore morbido.

Come gestire una situazione in cui un'autorità è chiaramente inefficiente e corrotta?

Poiché la domanda è generale, posso dare solo una risposta generale. Non dobbiamo mai sviluppare risentimento per chi è responsabile, né cercare di danneggiarlo. La nostra critica deve scaturire dal desiderio sincero di porre rimedio alla situazione e di fare le cose nel modo giusto. Ci sono situazioni in cui non abbiamo alcuna influenza; possiamo allora pregare Krsna o portare la questione all’attenzione di qualcuno che ha influenza. Ci sono molte cose che non possiamo controllare e che solo Krsna può sistemare; ci sono state persone corrotte nel Movimento, che sono cadute dal servizio senza alcun intervento da parte delle autorità. Possiamo sempre e comunque pregare Krsna affinché rettifichi la situazione, corregga chi sbaglia o rimpiazzi qualcuno che non ha le qualifiche per un certo servizio con qualcuno che le ha.

Non bisogna glorificare Srila Prabhupada allo scopo di screditare i suoi discepoli guru e dirigenti, perché questa è invidia ed è una grave offesa a Srila Prabhupada. Significa strumentalizzarlo, usarlo, una cosa estremamente offensiva.

Le offese ai sadhu hanno un effetto deleterio sulla coscienza. Saubhari Muni poteva sposare una sola donna, ma la sua coscienza era così inquinata dal desiderio sessuale a cause delle offese, che sposò tutte le cinquanta figlie del re Mandata. Questo va ben oltre il limite, significa averla fatta davvero grossa. Con ogni moglie ebbe cento figli e chissà quante figlie. Credo che nessuno nella storia dell’universo sia mai rimasto così disturbato dal desiderio sessuale solo per aver visto due pesci che si accoppiano. Fu a causa della sua grave offesa che il muni venne inesorabilmente rimosso dalla sua pratica yogica e gettato nell’oceano del godimento materiale con donne che erano tutte estremamente più giovani di lui.

Dobbiamo aver paura di offendere i sadhu

Possiamo non essere d’accordo con alcuni devoti, non condividere alcune loro condotte o decisioni, ma dobbiamo almeno rispettarli da lontano. Non importa quanto siamo potenti nella pratica della nostra sadhana, se offendiamo un vaisnava possiamo perdere tutto il nostro potere. Srila Prabhupada diceva spesso che non abbiamo paura di maya e che dovremmo invece temerla moltissimo. Non esistono giustificazioni per un’aparadha; solo un’autorità ha il dovere e il servizio di criticare allo scopo di mantenere una buona amministrazione.

Ramacandra Khan cercò di disonorare Haridasa Thakura, perché non gli piaceva, e già questa era la prima offesa.  Tentò di farlo cadere provocandolo sul punto debole di ogni uomo: l’impulso sessuale. Grazie al suo potere spirituale, Haridasa intuì quello che si stava tramando alle sue spalle e quando la prostituta fu ingaggiata da Ramacandra Khan, egli aveva già pianificato di andarsene prima che la donna arrivasse al suo ashram. Tuttavia pensò: “Mostrerò loro la mia misericordia”. Si protesse col Santo Nome per ore, promettendole di godere con lei una volta completato il numero prescritto di Santi Nomi. Haridasa cantava il suddha-nama e la donna ne venne purificata; la seconda sera iniziò a cantarlo. Né fu trasformata e cadde pentita ai piedi di Haridasa Thakura, confessandogli la sua colpa. Haridasa le disse di sapere già tutto prima che lei arrivasse e di non essersene andato via solo perché voleva darle la sua misericordia.

Ramacandra Khan fu completamente sbaragliato e ora tutti sapevano che Haridasa aveva trasformato una prostituta in una babaji; pertanto lo glorificavano ancora di più. La reazione all’offesa di Ramacandra Khan iniziò a manifestarsi quando Nityananda Prabhu andò a casa sua per impiegare un po’ della sua ricchezza nel servizio del Suo gruppo di sankirtan viaggiante. Ramacandra Khan non Gli aprì e Sri Nityananda Si arrabbiò moltissimo. La conseguenza fu che l’esattore delle tasse scoprì che Ramacandra Khan era un evasore fiscale e sequestrò la sua casa con tutto quello che conteneva; mise lui e la sua famiglia in prigione e saccheggiò il suo intero villaggio. Perché? Perché chiunque sia connesso all’offensore dovrà soffrire le stesse reazioni. È offensivo anche ascoltare in silenzio le offese, è meglio andarsene.

Se qualcuno sbaglia, dobbiamo farlo presente o dobbiamo lasciare che continui a sbagliare ?

Lasciare che continui a sbagliare è offensivo, bisogna invece risolvere il problema in modo positivo, senza critiche inutili, ma indirizzando il problema a chi può risolverlo. La motivazione deve essere pura come la finalità.

Srila Prabhupada:

Se inavvertitamente sbagliate, ma sinceramente vi pentite, Krishna vi perdona.

Sbagliare è umano e perdonare è divino: quando Krsna ci perdona ci sentiamo subito ispirati spiritualmente. L’effetto dell’offesa è particolarmente disastroso se a essere offeso è un devoto elevato. Ramacandra Puri aveva il vizio così radicato che arrivò a criticare il suo maestro spirituale. Srila Prabhupada dice a questo riguardo: “Ramacandra Puri era situato nella critica.” Questo significa che era incapace di non criticare; si tratta di una reazione: la tendenza a criticare diventa un vizio, una schiavitù. Assomiglia all’effetto domino, perché da una critica nasce un’altra critica e così via, fino a offendere tutti, persino il maestro spirituale. In altre parole, ci si situa nell’offesa. È una posizione molto brutta.

A causa delle offese ai devoti ognuno di noi può decadere nella condizione di non poter più fare a meno di offendere i devoti. Ci sono devoti che hanno dedicato la vita alla critica di altri devoti attraverso blog, video e simili. La critica costruttiva è benefica, positiva, ma la critica distruttiva è deleteria. Ramacandra Puri è un problema attuale.

L’offesa ai devoti è un male talmente insidioso che può dare luogo a delle recidive, quindi bisogna estirparne ogni traccia dal cuore. Un esempio di recidiva è Daksa, che dopo aver offeso Siva in una vita, nella successiva offese Narada Muni. Il suo problema è che non era stato capace di superare completamente la sua attitudine offensiva verso Siva. Di solito crediamo che la mentalità offensiva muoia con noi, ma non è così, il bagaglio delle offese resta con noi fino a quando non lo abbiamo smaltito. Questo significa che ogni giorno dobbiamo lavorare per ripulire il nostro cuore e fare più avanzamento spirituale che possiamo senza aspettare tempi migliori, cioè una nascita migliore.

Non ci dobbiamo sorprendere di quanto in basso può cadere un devoto per avere offeso un sadhu. Solo se l’offesa è mentale nel kali-yuga non conta, ma se quando l’offesa compare nella mente e non chiediamo perdono a Krsna, quell’offesa si trasformerà in parola e azione. Il falso ego che porta a fare offese è una massa molto estesa di ignoranza; se cerchiamo di dimostrare di essere migliori tirando giù qualcun altro, andiamo giù anche noi. La nostra ignoranza si manifesta nell’incapacità di prevedere le conseguenze delle nostre offese e anche nell’incapacità di controllare la nostra lingua. La nostra ignoranza può inoltre manifestarsi nella nostra tendenza a giustificare la critica offensiva sulla base di qualcosa che pretendiamo da qualcun altro ma che neanche noi stessi riusciamo a fare. Pur di avere ragione, il nostro falso ego si aggrappa a qualunque pretesto e usa due pesi e due misure nel giudicare se stesso e gli altri. Naturalmente, tendiamo a essere molto indulgenti con noi stessi.

Quando abbiamo delle aspettative e queste vengono disattese, che cosa facciamo? Ci arrabbiamo e critichiamo. Volevamo essere onorati e invece non siamo stati rispettati; volevamo essere apprezzati, invece siamo stati ignorati. Questa è una delle ragioni per cui facciamo offese: ci aspettiamo qualcosa e ci arriva qualcos’altro. Riconoscere la causa dell’offesa è molto importante, perché aiuta a controllarne l’impulso.

Srila Prabhupada a Visnujana: “Io potrei criticare te e tu potresti criticare me, ma a che serve?”

Spesso critichiamo perché non abbiamo niente di meglio da fare, ma è un prajalpa inutile e dannoso. Krsna dice che nasciamo nell’invidia e abbiamo moltissime contaminazioni emotive provocate da questo anartha: dobbiamo confrontarci con questo problema. L’invidia emerge perché non siamo soddisfatti di chi siamo e di quello che facciamo. Quando è stata l’ultima volta che abbiamo guardato i nostri difetti e quando quelli di qualcun altro?

Un altro motivo di offesa è che ci aspettiamo la perfezione in un mondo imperfetto. Questo mondo è molto sporco, non dobbiamo aspettarci granché; dobbiamo invece smettere di lamentarci. Una volta, un devoto disse a Srila Prabhupada di aver notato in lui qualche imperfezione; Srila Prabhupada: “È esterna, non devi aspettarti che il tuo guru sia materialmente perfetto, deve essere spiritualmente perfetto.” Se guardiamo il guru esternamente, facciamo offese molto gravi.

Domanda: il guru non deve essere un uttama-adhikari?  Risposta: Srila Prabhupada ha dato due definizioni di uttama-adhikari:

  1. il puro devoto che non critica nessuno
  2. il devoto che segue i principi del bhakti-yoga

Srila Prabhupada ha detto:

Trova un maestro spirituale genuino, qualcuno che può ispirarti.

Non dobbiamo chiederci chi dei guru Iskcon è genuino e chi non lo è, perché facciamo offese; dobbiamo invece chiederci quale guru ci ispira in modo particolare e prendere rifugio in lui solo con siksa. Possiamo avere più di uno siksa-guru; forse un guru può essere più avanzato di un altro, ma il punto da ricordare è che Srila Prabhupada è il rifugio per tutti i devoti della Iskcon. Oltre al diksa-guru ci sono moltissimi devoti da cui possiamo prendere siksa, ma dobbiamo sempre stare attenti a non diventare fanatici e settari, a non pensare che il nostro diksa-guru è il migliore.

Tuo padre è il miglior padre dell'universo? No di certo! Ma è il miglior padre per te!

Attenzione alle offese dovute al falso ego, che ci fa credere di essere migliori e quindi che anche il nostro guru è migliore. Questa mentalità è il massimo della critica, la peggiore. Non siamo noi che troviamo il guru, è il guru che trova noi, nel senso che Krishna ci dà il guru quando vede che siamo sinceri nel cercarlo e dal cuore ci fa sentire forte e chiaro chi è il nostro guru.

Cosa dire ai non devoti che criticano i devoti

O li convincete o fuggite a gambe levate. Non vi trattenete con gli offensori dei devoti. Ci mettiamo nei guai quando critichiamo un maestro spirituale perché non corrisponde alla nostra idea di maestro spirituale. Per valutare chi è un puro devoto bisogna essere puri devoti. È una zona molto vasta quella delle offese ai maestri spirituali: “IL MIO GURU È MIGLIORE DEL TUO”.

Srila Prabhupada ci insegna che esistiamo come devoti grazie alla misericordia di tutti i vaisnava; se non abbiamo questa consapevolezza, tendiamo ad essere offensivi. Essere umili non è parte della nostra natura; la nostra natura è essere orgogliosi, gelosi e invidiosi, e se neanche desideriamo praticare l’umiltà, non diventeremo mai umili. Dobbiamo essere stufi del nostro orgoglio e della nostra invidia, allora saremo fortemente motivati a cambiare attitudine. I nostri problemi nascono tutti dalla passione e dall’ignoranza, per questo dobbiamo situarci nella virtù.

Un devoto mi disse: “Non è in quale momento del giorno canti i giri che conta, ma in quale guna sei.” Tutte le negatività sono radicate nei guna bassi ed è troppo facile affondarci. Pertanto, leggere e scrivere ogni giorno pulisce e schiarisce l’intelligenza e impariamo a vedere il mondo come lo vede un puro devoto e non come lo vediamo con i nostri occhi condizionati dall’idea di essere i goditori.

Se facciamo il voto di non offendere, di non criticare nessuno, realizziamo quanto siamo mentalmente critici e quanto è difficile per noi non esserlo; è un vero e proprio automatismo. La ragione più sfortunata per cui critichiamo è che ci piace farlo, proviamo gusto. Duryodhana era convinto che nessuno fosse migliore di lui, perciò gli riusciva impossibile dire cose buone degli altri. Si tratta di una perversione che troviamo anche in Sisupala. Il gusto che si prova a smontare qualcuno con la critica è simile nella sostanza al gusto che un cacciatore prova nell’uccidere un animale.

Un devoto andò a Vrindavana per il mese di Kartika e decise di fare un voto; ne parlò a un devoto amico, il quale pensò che non fosse molto difficile osservarlo. Il voto era proprio non criticare alcun devoto e questa austerità gli permise di capire quanto spesso la mente critica. Lo scopo di questo seminario è farvi almeno capire quando la critica si affaccia alla mente e aiutarvi a fermarla in tempo. Non dobbiamo soltanto smettere di criticare inutilmente devoti e non devoti, dobbiamo imparare a trovare i lati positivi di entrambi, isolarli e apprezzarli.

Come fare? Con la determinazione!

Onorare e rispettare sono attività dell’anima e dobbiamo praticarle con determinazione. Prima dobbiamo provare a non offendere; questo è l’inizio. Il modo migliore di superare una cattiva abitudine è lavorare sullo sviluppo di una buona abitudine. Quando parliamo di qualcuno con qualcuno, immaginiamo che quello che diciamo venga registrato e fatto ascoltare alla persona di cui parliamo. L’effetto che deve avere su di lei quello che diciamo non deve essere negativo e la persona deve poter pensare che quello che abbiamo detto di lei è vero e onesto. Non possiamo solo smettere di criticare, dobbiamo anche purificare questa tendenza dicendo cose buone, utili e costruttive. La mia esperienza personale nel servizio e fuori dal servizio è che se arrivo a realizzare il valore positivo di un certo comportamento, soltanto allora sono abbastanza ispirato da iniziare a praticarlo.

Una volta ero responsabile di un tempio che si trovava in un altro Paese. Per me era molto difficile integrarmi, perché il modo di comunicare era diverso, la differenza tra i devoti del posto e me era tale da rendere la nostra relazione molto difficile. Avevamo anche standard diversi e il loro era inferiore a quello che mi sarei aspettato. Pensavo che fosse troppo basso e insufficiente, ma quando spiegavo loro il perché, avevano difficoltà a capirlo. Ero in Africa. Alcuni devoti occidentali vennero al tempio e mi chiesero perché i devoti del posto avessero standard molto bassi, io risposi: “Non chiedetemi il perché, non c’è una risposta.” Erano frustrati almeno quanto me; dopo un po’ andai in corto circuito, mi arrabbiavo per ogni cosa, la mia frustrazione cresceva in frequenza e intensità finché a un certo punto mi dissi: “Vuoi essere arrabbiato e agitato tutto il tempo? No, non voglio. I devoti sono bravi, il problema non sono loro ma i limiti della loro cultura, quindi perché ti arrabbi sempre? Perché fanno nonsensi a ripetizione.” Dopo aver fatto questa conversazione con me stesso decisi che non volevo arrabbiarmi più e indovinate che cosa successe: divenni pacifico grazie al desiderio di esserlo, perché questo desiderio era giunto a piena maturazione.

Ho avuto la fortuna di vivere due anni a Vrindavana e quando vi arrivai avevo tutta l’intenzione di imparare che cosa fosse l’umiltà in un luogo dove ogni cosa è diametralmente opposta al materialismo. Il mio problema era che intellettualizzavo l’umiltà, ma quando un sannyasi della Gaudiya-math venne in visita al tempio (aveva tra i 60 e i 70 anni) notai che non aveva falso ego, nessun desiderio di attirare l’attenzione su di sé. Mi resi conto che aveva realizzato l’umiltà a un livello ben più profondo del mio; non era umiltà in teoria, ma in pratica e mi colpì moltissimo, fece vibrare delle corde nel mio cuore e solo vedendo la sua umiltà sviluppai un forte desiderio di essere umile, mentre fino a quale momento volevo solo imparare cosa fosse l’umiltà. L’interesse per l’umiltà si trasformò in desiderio di averla, di praticarla. Quel vaisnava era felice nel suo perfetto anonimato.

Il desiderio di non criticare deve nascere in noi con la stessa potenza e solo allora si realizzerà. Praticando ci abitueremo a gravitare intorno alla tendenza positiva e ci disabitueremo a farlo intorno alla tendenza negativa. Prima che una trasformazione abbia luogo, bisogna sentirne la necessità quasi a livello fisico; la spinta deve essere talmente forte che veniamo catapultati con energia verso il cambiamento. Questo è vero di qualunque desiderio.

Io e molti miei confratelli abbiamo avuto la fortuna di vedere Srila Prabhupada e di essere ispirati a diventare come lui. Il suo sanga era potente al punto che alcuni di noi volevano parlare e camminare come lui. Per smettere di criticare dobbiamo quindi cercare il sanga dei devoti che non lo fanno; se da un lato dobbiamo confrontarci con la motivazione che ci porta a criticare, dall’altro dobbiamo stare con chi non ama farlo e allora guariremo. Deve esserci l’introspezione, perché se non riconosciamo l’anartha e non capiamo come e quanto può danneggiarci, finiamo col farci del male. Ci vuole apertura mentale e disponibilità per dire: “Perché agisco in questo modo?”

Immaginiamo che l’anartha sia una grossa pietra nel cuore e che noi la imbrachiamo dalla base, la solleviamo e la mettiamo fuori. Poiché i nostri attaccamenti materiali sono radicati in profondità, dobbiamo scavare e imbrigliarli dal di sotto per sradicarli. Come scaviamo? Ascoltando e cantando con la consapevolezza del problema su cui stiamo lavorando o su cui dobbiamo iniziare a lavorare. Se non ci mettiamo in discussione resteremo con i nostri anartha.

Innanzitutto, evitiamo la critica verbale e poi lavoriamo su quella mentale. Verbalmente possiamo glorificare il fatto che stiamo parlando di devoti e mentalmente possiamo onorarli in quanto devoti. Il nostro tentativo può fallire, ma questo non deve dare adito alla rabbia e alla frustrazione, che ci depotenziano. Dobbiamo pensare in positivo e sperare nella misericordia di Krishna per il tentativo successivo. Possiamo scivolare, ma possiamo anche imparare dalla scivolata; saremo allora meglio equipaggiati. Il nostro vero fallimento è quando smettiamo di provarci; se ci sentiamo anime condizionate e mettiamo in conto che nel nostro progresso spirituale possiamo fallire, anche perché i traguardi della coscienza di Krishna sono molto elevati, allora vedremo il fallimento come una parte naturale del processo.

Srila Prabhupada: “Fintantoché non proviamo risentimento per Krishna e Gli mostriamo che siamo sinceri, va tutto bene.” Anche se scivoliamo, se la nostra intenzione è diventare coscienti di Krishna, Egli vede la nostra intenzione. Possiamo provare frustrazione trascendentale e questa nutre il nostro entusiasmo di riprovare, perché soddisfa Krishna. Visvanatha Cakravarti Thakura dice che più avanziamo nella coscienza di Krishna, più la voce della mente, che ci urla di prenderci quello che vogliamo, diventa distante. Avanzamento significa esperienza nel separare me stesso e la mia decisione di essere cosciente di Krishna dalle richieste condizionate della mente.

Se ci connettiamo con la nostra natura spirituale eterna, ci sarà più facile staccare la spina alla mente, che ci spinge verso la nostra natura materiale temporanea. La mente ci vuole imporre un’identificazione fasulla, ma noi ci manteniamo stabili nella nostra identità spirituale. Osservo la mia mente che si agita e penso a quanto è interessante il fatto che mentre io ho dato me stesso a Krishna, la mia mente non fa che ribellarsi. La mente critica, ma io la osservo e mi dissocio da lei assorbendomi nel servizio e nella preghiera per coloro che la mente critica. Dobbiamo ridurre la mente alla fame, affinché ci lasci in pace, non dobbiamo darle cibo, così ha meno energia per distrarci. Ci vuole uno sforzo estremamente cosciente per stare sul binario giusto; non si può essere pigri e trascurati, bisogna stare svegli e attenti, perché la mente è sempre pronta a ingannarci.

Nel momento stesso che un grande devoto non ci piace, nella nostra vita le cose iniziano a peggiorare. Ramacandra Khan voleva esporre Haridasa Thakura e finì con l’essere esposto per i suoi traffici illeciti. Mentre gli agenti del governo gli saccheggiavano la casa, lui e i suoi famigliari guardavano impotenti, perché erano legati mani e piedi. Nella Caitanya-caritamrita leggiamo che chi è connesso all’offensore, perché ne ha condiviso l’offesa o non se ne è allontanato, dovrà soffrire per le stesse reazioni. Pertanto, l’intero villaggio subì il saccheggio.

Negli ultimi due giorni mi sono trovato a dovere ascoltare un devoto che critica tutti i leader della Iskcon. Si è messo in contatto con me usando il suo nome da non devoto e non sapendo chi fosse, ho dovuto dirgli gentilmente di non contattarmi, perché non apprezzavo le sue critiche, non condividevo le sue affermazioni e non intendevo discuterne. Possiamo evitare di pensare alla critica che abbiamo ascoltato, ovvero dissociarcene mentalmente, oppure possiamo anche provare compassione per chi critica, provare empatia se sta soffrendo, ma dobbiamo anche fare presente che criticare non aiuta e non cambia le cose. Possiamo e dobbiamo sempre incoraggiare un’attitudine positiva e propositiva. L’attitudine critica fa vedere tutto nero, anche ciò che non lo è.

Una persona studiava arti marziali e si diplomò, prese la sua cintura e non faceva che cercare l’occasione di usare la sua arte. Una volta era su un autobus; a un certo punto salì un ubriaco che disturbava tutti rubando e spingendo. Tutti avevano paura tranne lui, che si preparò a metterlo fuori causa. Tuttavia, prima di poterlo fare, un uomo anziano aveva preso l’iniziativa di far sedere l’ubriaco e di parlargli. Gli chiese di dove fosse, quale fosse il suo problema e se poteva aiutarlo. Dopo cinque minuti il “mostro” piangeva sulla spalla dell’uomo anziano e il diplomato in arti marziali pensò che quel modo di controllare qualcuno senza arrivare allo scontro fisico è parte dell’arte marziale.

A volte, se ci sentiamo di poterlo fare, possiamo incoraggiare chi critica ad aprire il suo cuore e sfogare la sua frustrazione. Dopo aver scaricato la rabbia, è possibile che riconosca da sé di essere solo in cerca di difetti. Mi è capitato di lasciar parlare un devoto per giorni e sentirmi dire alla fine: “In realtà sono un criticone, un’anima caduta.” È ovvio che bisogna essere all’altezza della situazione, altrimenti è meglio squagliarsela in tutta fretta. In Inghilterra dicono “Cip Ciop”, “taglia la corda prima che qualcuno ti tagli il cuore con le sue offese”. Ovviamente, questo è vero solo se non c’è niente che possiate fare per aiutarlo.

Il mondo materiale è davvero brutto, non rendiamocelo ancora più brutto; facciamo già abbastanza austerità nella coscienza di Krishna senza bisogno di aggiungere difficoltà. Dobbiamo proteggerci ed elevarci, e se siamo sinceri, anche se non sappiamo ancora muoverci bene, Krishna ci protegge.

DOMANDA 1: che cosa facciamo quando veniamo criticati?
RISPOSTA    1: l’istinto maschile è, “stai zitto altrimenti ti do’ un pugno sul muso.” L’istinto femminile non è molto diverso.
DOMANDA 2: che cosa facciamo quando vediamo oggettivamente un difetto in un altro devoto?
RISPOSTA   2:  a nessuno piace essere criticato; è un condizionamento e la risposta istintiva lo è ancora di più. Il lavoro che dobbiamo fare è ridurre sempre più il tempo che passa tra la reazione istintiva e la reazione cosciente di Krishna. In parole povere, dobbiamo imparare a controllare l’istinto.

Una volta, un devoto era molto scoraggiato perché i suoi confratelli lo criticavano. Srila Prabhupada disse allora qualcosa di meravigliosamente liberatorio: “Neanche io sono mai stato incoraggiato dai miei confratelli, ma non ho permesso a questo di disturbarmi. Un devoto non permette a niente e a nessuno di disturbare la sua coscienza di Krsna. La coscienza di Krishna è la cosa più importante e non dobbiamo permettere a nessuno di allontanarcene con le sue critiche.”

Non solo Srila Prabhupada non ottenne l’aiuto dai suoi confratelli nella missione di predica, ma a parte qualche sporadica approvazione, ottenne moltissime critiche. In un certo senso questo lo ferì, ma egli non permise alla situazione di bloccare il suo servizio. È normale restare disturbati se non si è situati sul piano trascendentale come Haridasa Thakura, ma non bisogna lasciarsi dominare dal disturbo fino al punto di smettere di fare servizio e di abbandonare la compagnia dei devoti. Posso anche piangere per tre giorni, ma poi devo cercare di ricompormi e rimettermi in carreggiata chiedendomi quale insegnamento devo trarre dall’esperienza che mi ha disturbato.

È molto facile per noi essere disturbati quando coltiviamo aspettative su qualcuno, perché ci aspettiamo che agisca in un certo modo e invece agisce in un altro modo. In questo caso dobbiamo imparare a non avere aspettative; un devoto mi disse: “Non mi aspetto mai niente da nessuno e in questo modo non resto mai deluso.”

I disturbi che a volte vengono anche da devoti difficili possono persino servirci per desiderare di lasciare questo mondo così brutto e contaminato. Una volta, un devoto voleva il sannyasa da Srila Prabhupada, che gli disse di chiedere l’approvazione alla moglie. Il devoto replicò che doveva prendere il sannyasa in segreto, perché sua moglie non avrebbe mai dato la sua approvazione. Allora Srila Prabhupada gli concesse il sannyasa e la moglie del devoto andò su tutte le furie. Disse a Srila Prabhupada che odiava tutto e tutti, e Srila Prabhupada rispose: “Molto bene, stai facendo avanzamento spirituale.” Era molto serio.

L’occasione per distaccarci può anche presentarsi sotto forma di un disturbo da parte dei devoti. Siamo anime condizionate e al nostro livello le relazioni non sono facili. Il malinteso è sempre dietro l’angolo, ma Srila Prabhupada dice che noi stessi siamo l’ostacolo più grande alla nostra bhakti. Rendiamo a Krishna la vita molto difficile con noi; Krishna ci facilita nel progresso, nel processo di guarigione materiale, e noi dovremmo assecondarLo invece di scavarci la fossa da soli e costringerLo a tirarcene fuori.

A volte basta davvero poco per superare un momento difficile. Un devoto era depresso e Srila Prabhupada disse: “Ok, facciamo un kirtan.” Dopo il kirtan Srila Prabhupada chiese al devoto, “Come stai?” “Bene,” rispose il devoto. Anche un buon prasada ci può far dimenticare l’offesa, persino il nome di chi ci ha offeso. Se ci assorbiamo nella bhakti, in un modo o nell’altro l’evento non è più così importante. Spesso ci complichiamo la vita, diventiamo complicati, ma Srila Prabhupada stesso tendeva a semplificare; non è sempre così semplice, ma molte volte lo è.

Abbiamo bisogno della compagnia dei devoti e ogni devoto deve pensare: “Devo essere una buona compagnia per i devoti, così non li disturbo.” Molte volte si pensa che umiltà e mitezza significhino diventare ciechi di fronte agli errori. Si può anche adottare la strategia di allontanarsi dai devoti per non offenderli, ma naturalmente non bisogna offenderli neanche nella mente. Almeno dobbiamo evitare di farlo con la lingua. Ciononostante, non dobbiamo restare ciechi di fronte alle mancanze.

COME TRATTARE CON I DEVOTI OFFENSIVI?

Persone affamate di potere e strutturalmente indisciplinate possono approfittare con facilità di un devoto che vede solo il buono negli altri. Quando Srila Prabhupada era ancora con noi, in uno dei nostri templi uno dei leader rompeva il primo principio regolatore e lo faceva nel tempio. In quello stesso tempio erano permesse anche altre forme di deviazione ed è facile immaginare che questo creava un grande disturbo. I devoti non sapevano come gestire la situazione; alcuni tacevano, ma altri dopo un po’ ne parlarono e quando finalmente la cosa giunse agli orecchi di Srila Prabhupada, i devoti gli chiesero: “Che cosa sarebbe stato meglio fare, parlarne subito oppure no?” Srila Prabhupada rispose: “Meno male che i devoti sono rimasti nel tempio e sono rimasti stabili nel loro servizio nonostante la situazione.” Egli aggiunse che è dovere di un leader denunciare le deviazioni. Questo indica due cose:

1 – a volte l’attitudine migliore è restare tranquilli
2 – a volte, secondo la posizione che si ha, può essere addirittura offensivo non parlare chiaro, non denunciare.

Quando a vent’anni ero presidente del tempio, ero molto rigido e pesante, molto esigente. Non è questa la mia natura, ma poiché ero stato addestrato in quel modo, ero diventato così o pensavo di essere diventato così. Dico questo perché a volte, prima di additare l’errore di qualcuno dobbiamo chiederci che cosa c’è dietro a quell’errore. È necessario comprendere che c’è chi conosce un solo modo di agire, anche se sbagliato, non ne conosce altri. La nostra empatia può aiutare la persona a conoscere ed eventualmente applicare un diverso modo di agire. Questo non significa che gli errori non vanno corretti e che non dobbiamo proteggere il nostro spazio vitale, la nostra privacy; non significa neanche che dobbiamo diventare offensivi nel farlo, ossia che possiamo farlo con un’attitudine offensiva. Anche quando evidenziamo un difetto, un errore, dobbiamo farlo senza essere offensivi.

Vogliamo risolvere il problema o vogliamo offendere? Vogliamo aiutare o vogliamo criticare?

Non è raro che se offendiamo una grande personalità ogni nostra ricchezza materiale vada perduta. Lo Srimad Bhagavatam dice che ricchezza, buona fortuna e durata della vita sono distrutte. Come abbiamo già detto, quando critichiamo qualcuno prendiamo un po’ del suo cattivo karma e gli diamo un po’ del nostro buon karma. Se la critica non scaturisce dal desiderio di aiutare, ma solo da quello di criticare, non sarà benefica per nessuno e chi critica prenderà su di sé il difetto che sta criticando. Come avviene? È un fenomeno troppo sottile per essere capito. Tuttavia, è come quando pensiamo ai pregi e ne restiamo contagiati; così è con i difetti. Eccetto nei casi in cui è necessario criticare per fermare un comportamento sbagliato, vogliamo essere dispensatori di incoraggiamento. Incoraggiare significa potenziare, Srila Prabhupada lo faceva sempre e criticava o rimproverava solo quando era veramente necessario e utile.

Come possiamo sentirci in pace criticando, anche se la persona che critichiamo è stata offensiva con noi? Dobbiamo mantenere pulita la nostra coscienza: questa è virtù. La passione e l’ignoranza provocano la critica aspra e distruttiva; dobbiamo mantenerci nella virtù separando il difetto dalla persona che lo esibisce. È come dire, “Odia il peccato, non il peccatore.” Srila Prabhupada: “Vita materiale significa attaccamento alla passione e all’ignoranza.” Il sintomo della virtù è la positività; possiamo capire il guna che ci domina valutando come ci sentiamo.

In che modo considerare le critiche di Srila Prabhupada nei suoi libri?

Srila Prabhupada:

Non faccio che ripetere ed espandere il significato delle parole di Krishna.

Non c’è passione o ignoranza nelle spiegazioni di Srila Prabhupada, ma ci può essere in noi quando le citiamo nel corso della predica. La passione e l’ignoranza possono persino portarci a usare quelle parole per offendere qualcuno. Correggere i devoti giovani è un dovere, un servizio, ma prima di rimarcare il difetto, evidenziamo il pregio. C’è differenza tra un tiranno che rimarca l’errore e un devoto che lo vuole correggere. Insultare non è mai nel nostro programma; bisogna saper correggere con senso di amicizia, per il bene, e bisogna saperlo spiegare al devoto giovane. Bisogna rispettare e onorare la sua sensibilità, senza per questo lasciare che continui a sbagliare.

Srila Bhaktisiddhanta:

Chi mi critica è mio amico, chi mi glorifica è mio nemico, perché mi fa inorgoglire.

Nelle nostre relazioni con i devoti dobbiamo trovare l’equilibrio della virtù, lo scambio deve essere di valore e di spessore. Se pensiamo che glorificando un devoto giovane incoraggiamo in lui l’orgoglio, allora dobbiamo e possiamo trovare un modo diverso d’incoraggiarlo. Un devoto fece uno show televisivo e lo mostrò a Srila Prabhupada, che ne fu molto soddisfatto e glorificò il devoto, ma stemperò la glorificazione concludendo con queste parole: “Un giorno diventerai un predicatore.”

Apprezzare il servizio dei devoti e degli ospiti che visitano il tempio li incoraggia a offrire ancora più servizio. L’apprezzamento è diverso dalla glorificazione e se qualcuno è palesemente orgoglioso, è meglio ignorarlo che insultarlo. Glorificazione non come adulazione, dunque, ma come apprezzamento e incoraggiamento. Critica come consiglio per fare meglio; il nostro consiglio deve essere percepito come un dono: questa è critica positiva.

Nam Prabhu non può tollerare le offese ai Suoi devoti. Purtroppo, come anime condizionate è per noi più facile offendere che difendere i devoti. È un’assuefazione che dobbiamo superare: “Se non hai niente di buono da dire, non dire niente”.

Per avere questo discernimento e mantenere questa attitudine dobbiamo avere sankalpa, l’intenzione di farlo. Dobbiamo scegliere consapevolmente di frullare l’oceano di nettare e di smettere di rimestare l’oceano di escrementi. Il miglior modo per smettere di pensare male è pensare bene; controllare la mente è questo.

Hare Krishna

Bhagavad-gita: Il verso del giorno

  • Bhagavad-gita cosi' com'e' - Il Verso di Oggi e': B.G. - 02.41

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